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Uno scontro interno all’Islam

Il film su Maometto e gli aiuti americani al Cairo: qualcuno ha messo i Fratelli Musulmani con le spalle al muro

19 Settembre 2012

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo, ieri mattina, questa notizia apriva l’homepage del Corriere della Sera: su un sito jihadista, pare vicino ad al-Qaeda, qualcuno aveva lanciato un appello a «uccidere tutti gli ambasciatori americani».

Poche ore prima si era diffusa un’altra notizia: a Kabul una donna imbottita di esplosivo si è fatta saltare in aria, uccidendo almeno dodici persone, inclusi otto civili occidentali. Il gruppo che ha rivendicato l’attentato ha rilasciato un comunicato: “Nell’operazione in risposta alla mancanza di rispetto nei confronti del santo profeta, sono state uccise 16 spie americane.”

Da quando si è sparsa la voce che negli Stati Uniti era stato prodotto un film che offendeva Maometto, manifestazioni e proteste si sono diffuse in tutto il mondo islamico. Il più delle volte, dirette contro obiettivi statunitensi. In Libia sono state uccise quattro persone, incluso l’ambasciatore Chris Stevens. Gli americani se la sono vista brutta anche a Tunisi e, in misura assai minore, al Cairo. Ma questo, molto probabilmente, lo sapevate già.

L’unico materiale video emerso finora è un filmato di circa 13 minuti, postato per la prima volta su YouTube il 9 settembre. L’uomo che l’ha caricato su internet sostiene che si tratti del trailer per promuovere un lungometraggio sulla vita Maometto. È un’accozzaglia di spezzoni video montati senza soluzione di continuità tra loro, in alcuni casi con dialoghi palesemente modificati in fase di post-produzione e, non ultimo, con standard qualitativi molto altalenanti. Al punto che alcuni, inclusi giornalisti del Christian Science Monitor e del Guardian (nonché la sottoscritta, in una versione precedente di questo articolo), avevano messo in dubbio l’esistenza stessa del film.

Poi Gawker ha ottenuto il copione, datato 2009, cosa che farebbe pensare che il lungometraggio, dopotutto, esiste.

In un primo momento, avevo pensato di scrivere un’analisi più estesa del mistero del video, del lungometraggio che forse c’è ma forse non c’è. Dopo però mi sono chiesta: è poi così importante?

In fondo, che differenza fa se quel film c’è o non c’è. Se quell’orrido filmato che gira su YouTube è veramente il trailer di promozione di un lungometraggio, o se è semplicemente un video messo insieme con lo scotch con l’unico scopo di provocare l’ennesimo scontro di civiltà.

E qui arriviamo al punto.

Questa settimana NewsWeek esce in edicola con una storia di copertina intitolata Muslim Rage, rabbia musulmana. Probabilmente avete presente la cover cui mi riferisco, anche perché ha generato una serie di sfottò in rete – in gran parte, se chiedete a me, meritati.

La storia di copertina è firmata da Ayaan Hirsi Ali, la stessa che ha girato Sumbission , il film su donne e Islam, insieme a Theo Van Gogh, il regista olandese assassinato da un estremista islamico nel 2004. Hirsi Ali, che come il suo amico e collega Van Gogh è stata oggetto di molte minacce, paragona gli incidenti seguiti al “film su Maometto” alle violenze che si erano verificate nel mondo islamico dopo l’uscita del suo film e dopo la pubblicazione dei Versetti Satanici di Salman Rushdie.

“So come ci si sente a essere un combattente in una guerra di civiltà,” scrive.

Qualche giorno fa il Giornale ha pubblicato un’intervista a Edward Luttwak, in cui lui dichiara: “Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islamico e l’intero mondo non islamico.”

Ora, non pretendo certo di avere una risposta pronta all’annosa questione della convivenza tra occidente e Islam, ma se c’è una cosa chiara nella vicenda delle ultime due settimane è proprio questa: è un scontro interno al mondo islamico.

Dalle primavere arabe e dalle elezioni libere che ne sono seguite, in molti Paesi sono usciti vincitori i Fratelli Musulmani. Una forza politica che finora ha tentato di fare convivere due elementi difficilmente conciliabili: da un lato l’Islam radicale, dall’altro la Realpolitik; da un lato il codice della fede assoluta come parametro del bene e del male, dall’altro l’accettazione delle regole moderne di convivenza e politica. Al Cairo in particolare, i Fratelli Musulmani hanno fatto il possibile per mantenere un equilibrio nei confronti degli Stati Uniti – che, dopotutto, sono lo sponsor principale di Israele, ma anche il principale finanziatore dell’Egitto – da un lato mettendo in chiaro che la posizione dell’Egitto stava cambiando (specie nei confronti di Israele) ma dall’altro provando a convincere gli americani che c’era ancora spazio per il dialogo. Una contraddizione, certo, specie se si tiene conto che da una costa dei Fratelli Musulmani è nato Hamas, il gruppo palestinese che Usa e Unione europea riconoscono come un’organizzazione terrorista. Ma pur sempre una contraddizione che conveniva ad ambedue le parti ridimensionare, per il momento.

Contemporaneamente, dalle primavere arabe è emersa un’altra forza: i partiti salafiti, più “estremisti” (è una semplificazione, la cosa meriterebbe un discorso lungo) dei Fratelli Musulmani, e che della politica hanno una concezione radicalmente diversa.

È stata una televisione salafita, Al Nas, a diffondere per prima le immagini del video che insultava Maometto. Sono stati gruppi salafiti a organizzare molte delle proteste.

Al Cairo, in un primo momento anche i Fratelli Musulmani avevano invitato i loro a manifestare davanti all’ambasciata americana. Ma poco dopo è arrivato il contrordine: alla dimostrazione ha partecipato solo una piccola delegazione della Fratellanza, “a scopo simbolico.”

Dunque, i loro avversari politici hanno organizzato le proteste, e i Fratelli Musulmani si sono trovati con una brutta gatta da pelare: da che parte stare? Con gli Usa (di cui abbiamo bisogno) o con gli indignados fondamentalisti (cui vogliamo mandare il messaggio di stare dalla loro parte)? E’ di ieri la notizia che gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti economici all’Egitto. Dal canto loro, i Fratelli Musulmani che governano il Paese sono politici stagionati, e probabilmente sapranno trovare una via di uscita.

Ma per il momento, sembra quasi che i salafiti siano riusciti a mettere i Fratelli Musulmani con le spalle al muro, portando alla luce molte contraddizioni che il gruppo tentava di celare.

Per una volta, il bersaglio non è l’Occidente.

(Photo credit: MOHAMMED HUWAIS/AFP/GettyImages)

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