Ugo Rondinone, autobiografia di un Terrone

Si intitola così la mostra dell'artista svizzero, alla GAM di Milano fino al 6 luglio. Un percorso in cui Rondinone racconta una storia di migrazione, la sua, tra nature morte, paesaggi, sculture, ricordi di Matera e ammirazione per Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo.

03 Aprile 2025

Sono sempre un grosso rischio le mostre dove l’arte di oggi si mette a dialogare con quella di ieri. A volte la differenza è talmente stridente, che sembra quasi sentire da lontano le urla disperate dei maestri del passato. Esistono però delle eccezioni. Le chiamerei quasi congiunzioni astrali in cui questo dialogo è invece fatto di armonia. È il caso della mostra Terrone, dove i lavori di Ugo Rondinone fino al 6 luglio vengono accostati a quelli della collezione della Galleria d’arte moderna di Milano. Un cortocircuito con il quale l’artista svizzero svela il suo lato più intimo e fragile.

Da Matera a New York passando per Brunnen

La mostra, curata da Caroline Corbetta, oscilla tra la malinconia e il riscatto sociale, al pubblico offre un tour nella storia personale di Rondinone e della sua famiglia originaria di Matera. A fare da stella polare all’impalcatura del progetto espositivo è Il quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, opera cult che Rondinone utilizza per raccontare al mondo le sue radici italiane. Lo fa attraverso il ricordo dei suoi genitori e di altri migranti che hanno dovuto lasciare la loro terra per cercare fortuna altrove.

Nato a Brunnen, frazione del comune svizzero di Ingenbohl, da genitori emigrati dalla povertà del Sasso caveoso di Matera, dopo gli studi a Vienna, vola a New York dove sceglie di stabilirsi. Sposato con John Giorno, poeta e attore statunitense tra i più noti artisti di spettacolo nell’area sperimentale a cui la Triennale dedica una grande mostra proprio in questi giorni, nel 2007 rappresenta la Svizzera alla Biennale di Venezia con una spettacolare installazione nella Chiesa di San Stae. Nel corso degli anni, ha esposto in molte istituzioni museali di prestigio realizzando opere pubbliche dal forte impatto emotivo. La più suggestiva è probabilmente “Seven magic mountains”, che da anni attira migliaia di visitatori nel Deserto del Nevada, vicino a Las Vegas.

La natura morta, il paesaggio e la figura umana

Sculture, installazioni, video, dipinti: da sempre Rondinone ama giocare con gli opposti mettendoli in dialogo fra loro. «I miei genitori sono emigrati in Svizzera dalla Basilicata alla fine degli anni Cinquanta. Cercando su Google puoi renderti conto di come siano diversi Matera e Brunnen. In Svizzera il colore dominante è il verde, a Matera sono quelli più terrosi. È questo dualismo a caratterizzare tutto il mio lavoro».

La mostra milanese è una sorta di compendio della sua poetica. L’esibizione alla Gam si snoda attraverso tre serie di opere che rappresentano i tre grandi generi della storia dell’arte: la natura morta, il paesaggio e la figura umana. Nel cortile centrale della struttura neoclassica si stagliano quattro alberi in alluminio ricoperti di calce bianca: sono i calchi di ulivi secolari provenienti dall’uliveto che l’artista ha acquistato tempo fa nelle campagne attorno alla sua Matera. È la prima volta che questi alberi vengono raccolti all’interno di un unico spazio.

Il viaggio autobiografico prosegue poi all’interno della galleria, solitamente invasa dalle scolaresche incuriosite dai ritratti del Manzoni e dai paesaggi bucolici di Segantini. Nella Sala da ballo si trova una versione riveduta e corretta della serie “The large alphabet of my mothers and fathers”: trecento strumenti da lavoro contadini interamente ricoperti d’oro posti su un enorme pannello rinvenuto a Long Island, dove nel 1920 oltre il 90 per cento degli immigrati erano italiani. La scelta di metterlo lì non è ovviamente casuale. Proprio davanti all’installazione si trova infatti “Il Quarto Stato”. «Nella cucina di casa, quando ero ancora un bambino, ricordo che c’erano soltanto due foto: una era quella del Papa, l’altra era una riproduzione di questo quadro di Pellizza da Volpedo. Mio padre me lo ripeteva sempre: quelli che vedi ritratti qui siamo noi. Sono i contadini che avanzano a mani nude. Per questo ho scelto di posizionare di fronte i loro strumenti nobilitati con l’oro».

Colui che ama e lavora la terra

L’ultimo atto del percorso è nell’area riservata alle sculture della collezione ottocentesca. Nelle sale illuminate da grandi lampadari e dai riflessi del marmo, Rondinone ha scelto di mettere per terra i suoi Nudes. Si tratta di quattro manichini a grandezza naturale realizzati con cera mescolata alla terra raccolta nei sette continenti. Visti da lontano sembrano davvero esseri umani, assorti e pensierosi. Qualcuno si trova all’ingresso dell’ampio salone, altri sono appoggiati alla parete del museo, come quello posto ai piedi del dipinto “La morte della figlia di Tintoretto”, realizzato nel 1861 da Eleuterio Pagliano. «Tutti questi lavori fanno riferimento alla terra», fa sapere l’artista. «Per questo credo che il termine terrone debba smettere di essere associato a un insulto e iniziare ad avere un’accezione più positiva. Il termine deve essere ricondotto al significato di colui che ama e lavora la terra. Attenzione però io non sono affatto un artista politico, mi limito a creare simboli popolari».

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