La serie, appena terminata e disponibile su Disney+, è la storia di come abbiamo imparato che nel tempo di internet, se fai un errore, quell'errore è per sempre.
«Le persone mi chiedono da dove prendo tutta la mia energia positiva. Beh… io sono semplicemente me stessa — un po’ iperattiva, ma con una sete insaziabile di apprendimento. Cerco nuove esperienze e sfide, mi immergo nella confusione di nuovi pensieri e idee — e non mi arrendo alla stanchezza o alla frustrazione». Così Pamela Anderson nell’introduzione del suo ricettario, I Love You – Recipes from the Heart, bellissimo coffee table book che celebra l’amore per la natura, la vita domestica e i suoi figli (tra quelle che ho provato, ottime le ricetta dei cinnamon rolls con la glassa di sciroppo d’acero, della torta mandorle e pompelmo e della bourguignon vegetaria).
Sopravvivere agli anni ’90
Icona bombastica degli anni ‘90, di cui ha incarnato immagini e sensazioni strabordanti e artefatte, lanciata dal successo di Baywatch, Pamela Anderson è rimasta incastrata in una sistema che non ha saputo coglierne le potenzialità, la leggerezza, l’ironia e l’umanità. Dopo la serie sui sexy bagnini perennemente ingrifati s’è tentato di consolidare la sua fama con V.I.P. (Vallery Irons Protection), serie tv di J.F. Lawton (lo sceneggiatore di Pretty Woman), 4 stagioni tra il 1998 e il 2002, un prodotto che reinventa l’immagine di Pamela, sempre sexy ma in chiave brillante, leggera e più autoironica… Ma gli anni 2000 le riservano solo reality (Dancing with the stars, Big Brothers…) e poco altro, la sua vita sentimentale è un disastro, la sua carriera sembra finita in un buco nero.
«Non sono una vittima, mi sono messa in situazioni assurde e sono sopravvissuta». Questo è il manifesto di Pamela Anderson, che ha raccontato la sua vita in un’autobiografia e in un documentario, in risposta agli anni in cui a parlare sono stati sempre gli altri (la serie Pam e Tommy la goccia che ha fatto traboccare il vaso). «Tuvieron que castigarte / Y lanzarte a un mar de tigres / Siempre hambrientos de tu carne», hanno dovuto punirti e gettarti in un mare di tigri, sempre affamati della tua carne, canta così Rigoberta Bandini (geniale progetto musicale spagnolo) nel singolo dedicato alla parabola di Pamela Anderson.
La rinascita arriva grazie a Broadway, nel 2022 è Roxie Hart in Chicago, pubblico e critica restano sorpresi… È brava. Anche per lei è una sorpresa: «Non pensavano sapessi cantare e ballare? Nemmeno io!». E poi ecco, il cinema indie. Presentato in anteprima allo scorso Toronto International Film Festival (nelle sale italiane dal 3 aprile, da non perdere), The Last Showgirl di Gia Coppola ha immediatamente portato il nome di Pamela Anderson in nuovi territori, dove non era mai stato prima, con critiche entusiastiche per la sua interpretazione e nomination ai Golden Globes e ai Gothams. Poi, siccome – evidentemente – a Hollywood c’è spazio per la rinascita di una sola diva attempata per volta, tutto lo spazio se l’è preso Demi Moore con The Substance.
Viva Las Vegas
Las Vegas. Shelly è una ballerina di uno storico show tutto tiare, bikini di lustrini, cosce e tette (ispirato a Jubilee!, sfarzosissima rivista sexy lanciata negli anni ‘80 che ha cementato l’immagine di Las Vegas nell’immaginario mondiale, piume & poppe, con costumi di Bob Mackie, battenti chiusi nel 2016). Superati i 50 anni milita tra le file dello spettacolo da ormai 30 anni, una volta ragazza immagine in cartellone e ora relegata nelle ultime file, tra decine di compagne più giovani e fresche: a lei poco importa, quella è casa sua, la sua vita. Sulla compagnia incombe però la scure della contemporaneità, che avanza inesorabile come la marea, e che tutto investe.
Gia Coppola, con questo ritratto tenero ed esuberante, conferma la sua natura di regista molto Tumblr, abbandonato però, da una parte, l’eccessiva stilizzazione di Palo Alto e, dall’altra, l’istrionismo di Mainstream; trova qui un nuovo equilibrio, più intimista, che le permette di infondere alla storia un respiro ampio, fresco, e non resta – stavolta – schiacciata dall’imposizione della forma. Abbandonando l’hybris che pervadeva Mainstream, è come se Gia Coppola si fosse risvegliata da una sbornia, per la prima volta lavora su una sceneggiatura non sua, scritta da Kate Gersten, già al lavoro per Mozart in the Jungle dove conosce e si innamora di Matthew Shire (ora suo marito), nipote di Francis (figlio di Thalia, la sorella), cugino di Sofia e di Gia e fratellastro di Jason e Robert Schwartzman (che produce il film).
Figlia di una ballerina, con uno zio produttore a Broadway, Kate studia all’UCLA, vuole diventare un’attrice, ma intanto scrive per il teatro, è così che entra alla Julliard, cove inizia a scrivere “Body of work,” che poi diventerà The Last Showgirl. Il lavoro passa attraverso diverse fasi di lavorazioni, si susseguono ipotesi su come metterlo in scena, poi arriva il Covid, Broadway e West End chiudono i battenti, e tutto finisce nel cassetto. È Matthew Shire che fa leggere il testo alla cugina Gia, capendone il potenziale per il cinema, ecco così che The Last Show Girl prende forma. La regista, dopo aver visto il documentario del 2023, capisce che Pamela Anderson è l’attrice giusta, è lei la sua Shelley.
Doppio sogno
Sono tanti gli aggettivi che possiamo usare per Shelly: è capricciosa, ingenua, egoriferita. È una vedette, un dinosauro, l’ultima rappresentante di un mondo tramontato, illusione di vecchie suggestioni, di un’idea di eleganza pacchiana e ammuffita. Lei come le agguerrite protagoniste di Ne vedremo delle belle, rimaste senza un palcoscenico sotto i tacchi, si percepisce artista, completa, sensuale mai volgare, versatile: è orgogliosa dello spettacolo, del suo ruolo, sente di incarnare un’eleganza senza tempo, «ha radici francesi», dice riferendosi alla rivista. Quando la figlia (la sempre ottima Billie Lourd), data in affidamento anni prima e ora universitaria aspirante fotografa, va ad assistere allo show resta sconcertata, «mi hai abbandonato per questo? Per fare lo strip tease?», chiede alla madre. «Non è uno strip tease, siamo ballerine», controbatte lei. Tra le generazioni la distanza sembra incolmabile, anche quando si parla di sogni.
I registi capaci li riconosci quando fanno quadrare i piccoli film (non che i colossal siano semplici, ma Dante Ferretti e John Williams in genere danno una mano), Gia Coppola in questo esce vincitrice, dimostrando di essere in grado – oltre ai vezzi dell’estetica hipster – di saper dirigere superbamente il suo cast. Con Pamela Anderson (premiata con il Razzie Redeemer Award, il premio della redenzione, strappato proprio a Demi Moore) e Billie Lourd anche una Jamie Lee Curtis in stato di grazia, ormai senza freni, sfigurata, infagottata, deformata, fuori dalla grazia di Dio in una scena dolente e memorabile su Total Eclipse of the Heart. Shelley ha vissuto facendo il lavoro che ama, senza rendersi conto del tempo che passa, del mondo che cambia, continua a vivere una vita interiore fatta di fantasia.
Quella di Las Vegas è per lei una vita incantata, da giovane diventa una starlette e si trasforma in un’immagine, in una proiezione della bellezza che rappresenta un mondo destinato a scomparire, e resta intrappolata in questo sogno di glamour e lustrini, in una gabbia camp, che negli anni diventa sempre più piccola, desueta e grottesca. Ma quella è la vita che vorrebbe vivere per sempre, per quell’emozione Shelley rinuncia all’amore, a una figlia perfino. È libera e schiava di un miraggio, di una chimera, cocciuta e disordinata, con la chiusura dello show, dovrà fare i conti con il mondo che la circonda, con sé stessa, con le persone che ama. Il futuro, che sembrava non dover mai arrivare, per lei è già qua, tutto da inventare, il sipario si chiude e il miraggio deve lasciare spazio a una nuova vita.
Shelly e Pamela sembrano così uguali, così sovrapponibili, eppure sono così diametralmente distanti, accecate e distrutte dalle luci della ribalta si sono aggrappate a sogni diversi (i boa di piume l’una, i figli e gli affetti l’altra), eppure alla fine eccole qui, entrambe ancora in piedi, ancora piene di speranza. «Questo mondo da fiaba non è solo un sogno», scrive Pamela Anderson nel suo ricettario ricolmo di verdure e frutti succosi, mani sporche di terra e sentieri tra gli alberi, «è il sogno che ho incoraggiato e creato».

Si intitola così la mostra dell'artista svizzero, alla GAM di Milano fino al 6 luglio. Un percorso in cui Rondinone racconta una storia di migrazione, la sua, tra nature morte, paesaggi, sculture, ricordi di Matera e ammirazione per Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo.