Cosa sta succedendo a Pitchfork
Ieri Condé Nast ha annunciato che Pitchfork diventerà parte di GQ e che una parte del suo personale verrà licenziato. La notizia l’ha data Anna Wintour, chief content officer del gruppo editoriale, con una comunicazione indirizzata a tutti i dipendenti dell’azienda. «La decisione è stata presa dopo un’approfondita valutazione delle prestazioni di Pitchfork, e pensiamo che sia la scelta migliore per il brand e per continuare a fornire un’adeguata copertura della scena musicale. Tra le persone licenziate c’è anche l’attuale (ormai ex, in realtà) caporedattore di Pitchfork Puja Patel, che ricopriva il ruolo dal 2018 e lo aveva ereditato dal fondatore della rivista Ryan Schreiber. Sopan Deb del New York Times ha contattato Condé Nast per chiedere il numero esatto dei licenziati, ma per il momento l’azienda si è limitata a un no comment.
Nella comunicazione di Wintour si legge anche che «sia Pitchfork che GQ hanno il loro modo di raccontare la musica, non vediamo l’ora di vedere quali nuove possibilità si presenteranno mettendo assieme questi approcci. A causa di questa riorganizzazione, alcuni dei nostri colleghi di Pitchfork oggi lasceranno l’azienda». Diverse di queste persone lavoravano a Pitchfork da anni, alcuni dal 2015, anno in cui la testata fu acquisita dal gruppo Condé Nast. L’allora chief digital officer Fred Santarpia all’epoca commentò l’operazione dicendo che Pitchfork avrebbe portato con sé un pubblico di «maschi Millennial appassionatissimi di musica». Le cose non sono andate esattamente così e negli anni Pitchfork ha sofferto a mantenere la sua rilevanza in un settore trasformato dalle piattaforme streaming, dai social media, dai podcast. Una riduzione della raccolta pubblicitaria ha costretto il gruppo editoriale alla riorganizzazione interna e ai licenziamenti: nello scorso novembre, infatti, Condé Nast aveva annunciato che nei mesi seguenti avrebbe lasciato andare il 5 per cento dei suoi dipendenti, 270 persone.