È uno degli uomini più ricchi del mondo e proprietario di OnlyFans. E queste sono le uniche cose che sappiamo di lui: storia del più misterioso dei miliardari di Big Tech.
«Le sex worker sono dappertutto. Siamo le tue vicine di casa. Ti passiamo accanto per strada. I nostri figli vanno a scuola con i tuoi. Siamo in fila dietro di te alla cassa». Inizia così Prostitute in rivolta di Molly Smith e Juno Mac (Tamu), uno dei pochi libri disponibili sul mercato italiano a parlare di lavoro sessuale. «Siamo le maestre del tuo bambino», si può aggiungere dopo la notizia della docente della provincia di Treviso sospesa dall’attività di insegnamento nella scuola materna – e paritaria, di stampo cattolico – dove insegnava. La ragione della sospensione è nota: da circa un mese Elena Maraga aveva affiancato al lavoro di educatrice quello di creator su OnlyFans, dove vendeva scatti in biancheria intima agli abbonati.
L’opinione pubblica si è spaccata in due – e così anche i genitori della scuola: ai primi delatori ha risposto un gruppo di mamme che chiede alla direzione scolastica un dietrofront. La maestra, dicono, è bravissima coi bambini. La Federazione italiana scuole materne di Treviso vorrebbe ora stilare un codice etico per disciplinare il comportamento degli insegnanti sui social, e il Ministero dell’Istruzione e del merito intende aggiornare il regolamento per i dipendenti pubblici con una parte specifica per i docenti. In un’intervista al Corriere, Maraga ha detto di non provare nessun tipo di vergogna e di non aver violato nessuna regola di comportamento esplicitamente accettata, chiosa dicendo che a fare scandalo dovrebbero essere gli stipendi da fame degli insegnanti.
Sex work is work
Se si allarga la prospettiva emerge però anche un’altra questione, che non riguarda solo l’indiscutibile liceità morale di fare ciò che si vuole nel proprio tempo libero, ma il trattamento culturale e politico riservato ai lavori sessuali. Perché questo significa, essere creator su OnlyFans: lavorare con la sessualità. La piattaforma si colloca nella zona grigia che sta fra il lavoro pornografico, quello di produzione di contenuti e il sex work, si porta dietro gli stigma e i pregiudizi di tutte e tre le professioni, e vi aggiunge degli elementi di novità che sono preziosi per capire il fenomeno.
A oggi Onlyfans conta circa quattro milioni di creator, di cui più dell’80 per cento sono donne – viceversa, gli abbonati sono in larghissima parte maschi e la piattaforma deve la sua fama soprattutto al porno, o meglio, a un tipo particolare di porno che consente agli utenti di interagire direttamente con le creator, di pagare per avere foto e video personalizzati che soddisfino i loro desideri più eccentrici e inconfessabili. Col tempo il rapporto può diventare intimo e confidenziale, ma «Non credo che riuscirò mai più a vedere gli uomini come li vedevo prima», mi racconta Margherita (il nome è di fantasia), 30 anni, su OnlyFans da quattro, «Mi aspetto automaticamente che abbiano qualche tipo di perversione, mi devono convincere di essere diversi dai miei clienti».
Chi decide di vendere immagini del proprio corpo rischia, quasi sempre, il biasimo morale. È una pratica che oggettifica il corpo femminile, si dice, e ne mortifica la dignità. Non è un lavoro serio. D’altro canto, le differenze tra un nudo artistico da esporre in una galleria e una foto buona solo per masturbarsi sono per lo più di natura più tecnico-formale. La stessa fotografia cambierà di segno, e di valore, se a commissionarla sarà un collezionista d’arte, un’azienda di lingerie, il calendario di Max o un utente OnlyFans. Una distinzione che non dice nulla della foto di per sé, e che pone un divario di natura morale in luogo di una differenza commerciale.
Porno democratico
OnlyFans è più democratico della tradizionale industria del porno perché non esiste uno sbarramento estetico: qualunque donna può trovare il suo pubblico di riferimento. In questo senso, scardina i canoni estetici che chiedono alle donne di corrispondere a una certa immagine per essere eccitanti, libera la fantasia e legittima il desiderio di corpi diversi da quelli delle copertine. D’altra parte, se è vero che tutti i corpi possono trovare il loro spazio all’interno della piattaforma, è anche vero che quello spazio va guadagnato. OnlyFans non ha la modalità “cerca per nome”: l’unico modo per arrivare al canale di una creator è scoprirla su un’altra piattaforma e da lì ottenere il link per arrivare sul suo profilo. Non è un’attività semplice né scontata: richiede strategia, pianificazione e competenze, per non parlare del rischio di burnout che viene dall’iperconnessione (oltre a quello di cedere alle richieste più avvilenti dell’algoritmo, come dimostrano le storie di Lily Philips e Bonnie Blue, solo per citare due casi diventati notissimi), e che porta sempre più creator a esternalizzare le chat ad agenzie specializzate in gestione di profili.
Le creator non staccano mai
Creator e influencer si trovano spesso a dover ribadire che la loro attività online è, a tutti gli effetti, un lavoro. I guadagni possono essere anche molto alti, ma in poche riescono a svoltare: un terzo degli incassi elargiti da OnlyFans – si parla di un totale di 5,2 miliardi di dollari nel 2023, già conteggiati al netto del 20 per cento trattenuto dalla piattaforma – finisce in tasca all’1 per cento delle creator. Alle altre non resta molto, ma spesso basta per vivere e pagare le bollette. Chiedo a Margherita se i suoi genitori sanno che lavoro fa, mi dice che è stata fortunata: «Mio padre mi ha detto: ho lavorato per una vita sotto un capo che mi trattava come uno schiavo. Se tu riesci a vivere senza rendere conto a nessuno, meglio così».
Produrre contenuti è legale, le creator pagano le tasse – anche se nel caso di OnlyFans non esiste ancora un codice ATECO specifico – eppure nell’immaginario collettivo il loro non è ancora considerato un lavoro, e suscita anzi diverse antipatie.
Anche rispetto alle sex worker offline, le creator OnlyFans risulterebbero in qualche modo privilegiate: non c’è contatto fisico e il rischio di contrarre malattie è di molto ridimensionato, non serve neanche uscire di casa. Scrive Maria Cristina Zappi in Oltre la camera (Edizioni Diodati): «Le persone che scelgono di svolgere sex work online subiscono, rispetto a chi svolge attività di contatto, un processo di etichettamento tale per cui sentono di essere percepite come persone senza capacità, ambizioni, progetti di vita e di carriera. Chi svolge sex work online non ha scuse ed è percepito come qualcuno che ha scelto di intraprendere la strada “facile”». Libere dalle regole del mercato, le creator sembrano macchiarsi di quello che in una società iperperformativa è il peggiore dei peccati: la pigrizia.
Quando ho parlato con Margherita, come prima cosa le ho chiesto se si riconoscesse nella categoria di sex worker. «Non ho nessun problema a definirmi così», mi ha risposto, «anzi, è un’etichetta che rivendico. Molte mie colleghe ci tengono a sottolineare la differenza che c’è fra quello che fanno loro e quello che fa una prostituta, ma io credo che sia una forma di whorearchy, una discriminazione interna a una classe già marginalizzata ».
Sex worker e nient’altro
È sicuramente dall’associazione con il mondo delle prostitute che le lavoratrici di OnlyFans subiscono lo stigma peggiore. A differenza di tutti gli altri lavori, quello sessuale non viene mai circoscritto all’interno della sola sfera professionale, ma sembra assorbire ogni aspetto della persona che lo pratica. È quello che è successo con Maraga: la scoperta della sua attività su OnlyFans ha istantaneamente oscurato la sua professionalità. Usare il termine “sex work” è importante perché «riconosce il lavoro che facciamo piuttosto che definirci per il nostro status», scriveva l’attivista Carol Leigh nel 1997.
Come le sex worker, «noi creator svolgiamo a tutti gli effetti un lavoro di cura. Spesso mi sono trovata a pensare che alcune persone che mi scrivevano avrebbero dovuto spendere quei soldi per andare da un terapeuta», prosegue Margherita. Il mancato riconoscimento delle sex worker all’interno di una categoria professionale – di un ordine, verrebbe da dire – si porta dietro numerosi problemi che impattano, in primo luogo, sulle lavoratrici stesse, che operando in una cornice così emotivamente delicata come quella della sessualità si trovano sprovviste sia degli strumenti necessari per gestire le fragilità dei clienti che delle risorse per tutelare il proprio equilibrio psicologico. È un lavoro emozionale a tutti gli effetti, di cura e attenzione verso il prossimo, di vicinanza emotiva e supporto, e che meriterebbe un posto fra i tanti altri lavori di cura che conosciamo, e che godono del nostro rispetto: fra gli altri, i medici, gli operatori sanitari, le baby sitter, e tutte le insegnanti.

Se in Occidente la cancellazione dei famosi sembra essere parte del passato, per quanto recente, in Corea del Sud è sempre esistita e non se n’è mai andata. Ha anche avuto esiti tragici, come nel caso dell’attrice Kim Sae-Ron.