Un tempo usanza invisa a tutti gli italiani, negli ultimi anni la coda è diventata un rito collettivo, una maniera con la quale dire di essere al posto giusto al momento giusto. Anche per ore.
Può sembrare assurdo, ma a molte persone piace fare la fila. Io non sono tra queste: se ci sono più di 5 minuti d’attesa rinuncio, anche al supermercato. Mi ha molto stupito, quindi, ritrovarmi a trascorrere un’ora fuori da quello che è per ora l’unico Pop Mart in Italia, in Corso Buenos Aires 3 a Milano, dove mi sono precipitata praticamente correndo dopo aver appreso da una storia Instagram il restock dei Labubu. 58 minuti che sono volati, tra il rumore bianco delle chiacchiere in cinese e in italiano che sentivo intorno a me e la perplessità dei passanti che si fermavano a osservarci, chiedendosi (e in alcuni casi chiedendo) per che cosa stessimo in coda. Imbarazzante dover rispondere: i Labubu.
Labubu, origin story
Difficile spiegare in poche parole cosa sono, e cioè piccoli peluche con le orecchie da coniglio e un sorrisetto malefico (secondo molti orrendi, secondo altri – me compresa – adorabili), creati ormai dieci anni fa dall’artista cinese Kasing Lung, che si è immaginato un mondo ispirato alla mitologia nordica popolato da vari personaggi magici. Questo, almeno, è quello che si racconta. Perché in realtà questi pupazzetti, più che con la magia, hanno a che fare con il gioco d’azzardo, la macchina dell’hype e il principio di scarsità nel marketing, lo stesso che ha reso le Birkin di Hermès quello che sono. Non a caso hanno un gancio tipo portachiavi, e si attaccano alle borse e ai marsupi: non li compri per tenerli in casa, ma per portarli in giro e farli vedere. Tra possessori di Labubu ci si riconosce, come tra tossici, e ci scambia un timido sorriso, come a dirsi “io so cosa stai passando”.
Quest’epidemia ha totalmente rivoluzionato la situazione di Pop Mart (azienda leader nel settore dei pop toy, i giochini da collezionare), che grazie ai Labubu ha raddoppiato i profitti e sta aprendo uno store dopo l’altro in tutto il mondo (dove vende altre “figure” di grande successo come Skull Panda, Crybaby, Dimoo e Hacipupu). Ma com’è cominciata? Come spesso accade, con un idol K-pop, in questo caso Lisa delle Blackpink, che in modo del tutto spassionato (no adv) ha iniziato a fotografare e postare la sua collezione di Labubu, utilizzati per decorare le sue borse di lusso. Tanto è bastato per far esplodere la mania, che dall’Asia ha preso raggiunto anche gli Usa e l’Europa. Sullo store online di Pop Mart i Labubu vanno sold out nel giro di pochi minuti.
Nei giorni dei restock, comunicati da Pop Mart nelle storie Instagram, fuori dagli store fisici nelle principali città si formano code chilometriche già diverse ore prima dell’orario di apertura, con persone appostate dall’alba. A conferma della viralità del prodotto, si moltiplicano i “dupe“, le contraffazioni (su TikTok i Labubu falsi sono stati affettuosamente rinonimati “Lafufu”e sono diventati un trend a parte) e i rivenditori che ne hanno fatto un business personale: li acquistano e poi li rivendono al doppio o al triplo, anche perché chi li compra da loro può godere della possibilità di scelta. Una caratteristica importante dei Labubu, infatti, è che vengono venduti col sistema delle “blind box” (come molti loro predecessori, tra cui i Sonny Angel): non sai quello che ti capita.
@ensito20 All you hear as I walk towards you on a Sunday morning! #trinkets #bagaccessories #labubu #popmart #crybaby #teddylulu #sonnyangel #puckyforestparty #lovelyemma #pink #fyp #dogsoftiktok ♬ original sound – ☆Bailey☆
Il rito dell’unboxing
Le confezioni sono tutte uguali e favoriscono il rituale dell’unboxing che tutti svolgono nello stesso modo: prima apri la scatola di carta senza guardarci dentro (c’è una card che spoilera il nome e il colore del Labubu), poi apri con ostentata emozione il pacchettino di plastica, infine estrai il Labubu emettendo gridolini entusiasti. Un siparietto interpretato anche da influencer a cui dei Labubu non frega assolutamente nulla: è un contenuto che funziona, e quindi si adattano. Spesso acquistano intere box (confezioni da 6 scatole che assicurano 6 Labubu diversi senza ripetizioni) così da protrarre l’unboxing il più possibile. Se poi trovi il “secret” (il Labubu speciale che c’è una possibilità su 72 di trovare), devi mostrarti commosso (e se pensi a quando lo rivenderai su Vinted magari una lacrima di gioia scende davvero, visto che potrai metterlo al quintuplo di quanto l’hai pagato).
Quanto costa un Labubu? Se lo acquisti in un Pop Mart, 19 euro e qualcosa. Difficilmente, però, ti accontenterai del primo. Ne comprerai altri nella speranza di trovare il tuo preferito, e poi, se non lo troverai, ti umilierai a comprarlo su Vinted al doppio del prezzo. I più fragili tra noi acquisteranno per i loro Labubu delle apposite scatole di plastica trasparenti in cui riporli per non sporcarli o rovinarli e dei vestitini (il più desiderato è il total look Prada). Per quanto mi riguarda li preferisco nudi, anche se dovrei dire “nude”, visto che, nelle intenzioni del loro creatore, le Labubu sono tutte femmine, tranne quello gigante, il boss del villaggio: si chiama Zimomo, ha una coda di dinosauro e nella sua versione giocattolo costa circa 160 euro (notare la struttura patriarcale: sarebbero da boicottare anche solo per questo).
I giocattoli degli adulti
Se le “blind box” attivano gli stessi processi dopaminici delle slot machine e del trading online, il principio di scarsità fa il resto: se riuscire ad acquistare i Labubu diventa sempre più difficile, sempre più persone vogliono i Labubu. Con delle oscillazioni importanti: da quando Rihanna ha sfoggiato un esemplare di Labubu Macaron rosa, Lychee Berry (che è il nome di questo specifico Labubu) è diventato ovviamente il più ambito. E a proposito di Rihanna (37 anni), il dettaglio più agghiacciante, che forse però a questo punto è facilmente intuibile, è che a desiderare, acquistare e collezionare i Labubu non sono mica i bambini, ma gli adulti. Il paragone con le slot machine mi torna comodo: il più delle volte le macchinette propongono giochi infantili, con musichette carine e immagini da cartone animato (frutta, fiori, diamantini, caramelline). Seduti davanti a quegli schermi, però, non trovi certo dei bambini piccoli (grazie a Dio), ma signori e signore di sessant’anni. Di fronte a questi giochini il nostro bambino interiore – disperato, abbandonato, disorientato e annichilito, oggi più che mai – trova conforto, si intenerisce, si distrae, rivive un momento di pura gioia infantile, una sensazione che ormai credeva perduta per sempre, e ne chiede di più.
@abueladedragones Último Labubu y el mejor ✨👵🏻 #abuela #abuelita #labubu #sonnyangel #viral #parati #lentejas #abueladedragones #labubus #unboxing #muñeco #abu ♬ sonido original – Guadalupe Fiñana
Il ruolo di TikTok è fondamentale, e non solo per gli unboxing “tradizionali”. Come sempre il fenomeno virale prende delle direzioni creative e deliranti, tipo la nonna che si emoziona fino alle lacrime perché trova il suo Labubu preferito (per poi sbaciucchiarlo energicamente) o le make-up artist che applicano sulle loro Labubu ciglia finte e tooth gem trasformandole in “baddie”, o miei preferiti: quelli che, posseduti da un art attack, fabbricano Labubu usando i fogli di un quaderno a righe o a quadretti (disegnano un Labubu davanti e dietro, lo colorano, lo imbottiscono di cotone idrofilo, chiudono con lo scotch). Ovviamente c’è anche del business: si vendono Labubu personalizzati, col pelo tinto di colori arcobaleno e faccine decorate usando smalti in gel e lampade Led, ma anche vestitini cuciti a mano, spesso su commissione (per chi ama vestirsi uguale al proprio Labubu… già). Tutti questi video sono accompagnati dalle varie versioni delle diaboliche canzoncine dei Labubu, le stesse che vanno in loop da Pop Mart, compromettendo gravemente la salute mentale dei commessi e delle commesse che ci lavorano. Il testo di queste canzoni? Soltanto la parola “Labubu” ripetuta infinite volte.
@van12491 #Labubu #Lyrics #rap ♬ original sound – 💧VandalismOverArt🩸 – VanDesuuるかとです