In Corea del Sud la cancel culture esiste ancora, ed è fortissima

Se in Occidente la cancellazione dei famosi sembra essere parte del passato, per quanto recente, in Corea del Sud è sempre esistita e non se n’è mai andata. Ha anche avuto esiti tragici, come nel caso dell’attrice Kim Sae-Ron.

01 Aprile 2025

Lo scorso 16 febbraio, l’attrice Kim Sae-Ron è morta suicida a soli 25 anni. Molto della sua tragica morte è da imputarsi all’ondata di odio online che si riversava su di lei ormai da anni. Kim Sae-Ron è stata infatti privata di qualsiasi possibilità di redenzione dopo l’incidente, accaduto nel maggio 2022, che l’aveva vista alla guida in stato di ebbrezza. L’incidente non aveva provocato alcun ferito, solo un blackout di poche ore nella zona dello schianto. Qualche giorno dopo il suicidio, il canale YouTube Hoverlab (conosciuto anche come Garo Sero Institute) ha diffuso la notizia della sua presunta relazione con l’attore Kim Soo-Hyun, noto per i ruoli da protagonista nelle serie televisive Queen of Tears e It’s Okay Not To Be Okay, nonché uno degli attori più amati (e pagati) nel Paese [lo vedete nella foto di apertura, nda]. Una relazione di sei anni, iniziata quando l’attrice di anni ne aveva solo 15 e l’attore 27. Il canale sosteneva, inoltre, che Kim Soo-Hyun avesse esercitato forti pressioni sull’attrice per l’estinzione del debito di 700 milioni di Won (poco meno di 450 mila euro) nei confronti di Goldmedalist, l’agenzia di management che l’aveva rappresentata fino al 2022, fondata dallo stesso Kim. Lo scandalo è andato montandosi nelle settimane, tra accuse della famiglia dell’attrice defunta, fazioni online in lotta fra loro e teorie del complotto, fino ad arrivare alla conferenza stampa tenuta dall’attore a Seoul lo scorso 31 marzo.

Il brutto caso di Kim Sae-Ron e Kim Soo-Huyn

Per la prima volta davanti alle telecamere, Kim Soo-Hyun ha detto – in lacrime – di «non poter ammettere qualcosa che non ha fatto», riferendosi a tutte le accuse mosse contro di lui nelle scorse settimane. Dalle sue scuse, sono emersi due aspetti importanti: il primo è la responsabilità che l’attore ha ammesso nei confronti di tutte le persone coinvolte nella realizzazione di Queen of Tears, la serie andata in onda nel 2024 (all’epoca, Kim Soo-Hyun aveva negato ogni coinvolgimento emotivo con Kim Sae-Ron, che aveva postato e poi cancellato dalle Stories di Instagram una foto risalente alla loro relazione, cosa per cui era stata sommersa di critiche). L’attore ha difeso la posizione presa in quell’occasione, sostenendo di aver dovuto proteggere tutti dallo scandalo che ne sarebbe conseguito.

Non si è espresso, invece, nei confronti della vittima e della sua famiglia. Famiglia che, tra l’altro, l’attore ha denunciato per diffamazione, insieme al canale YouTube che ha diffuso le accuse, sempre Hoverlab/Garo Sero, celebre in Corea del Sud per essere uno dei tanti youtuber di estrema destra, complottisti e con la fama di diffondere fake news, che si sono moltiplicati attorno all’ex presidente Yoon (sì, quello del colpo di stato dello scorso dicembre). Il secondo aspetto che vale la pena di sottolineare è il distacco dimostrato nei confronti di Kim Sae-Ron, alla quale Kim Soo-Hyun si è sempre riferito con l’appellativo di “defunta” – «Non ho avuto una relazione con la defunta quando era minorenne» – causando grande sdegno sui social. Sebbene decisamente in ritardo rispetto a quanto successo a Kim Sae-Ron dopo l’incidente, anche l’attore ha visto i suoi contratti venire strappati e gli sponsor allontanarsi, una delle più grosse ripercussioni in casi come questi per i personaggi dello spettacolo coreano.

L’attrice Kim Sae-Ron, morta suicida lo scorso 16 febbraio, e l’attore Kim Soo-Hyun all’epoca della loro relazione

Essere famosi in Corea del Sud può essere una condanna

I famosi coreani, dopotutto, non sono solo famosi: sono idoli delle folle. L’industria pop coreana è estremamente esigente nei loro confronti e il suo controllo si estende ben oltre i confini professionali, pervadendo ogni aspetto della loro vita privata. Come vi abbiamo più volte raccontato qui su Rivista Studio, si può sperare di debuttare come cantanti o attori soltanto dopo aver dedicato anni della propria vita a estenuanti programmi di training, caratterizzati da un elevatissimo grado di competitività, e si può mantenere l’appoggio delle agenzie e del pubblico soltanto adottando una condotta pubblica e privata esemplare. Questi sforzi ininterrotti vengono ripagati con lo status di “idol” e con una fama dalla portata internazionale. Tanto è appagante la ricompensa, quanto più spietato è il rovescio della medaglia: un frivolo pettegolezzo di troppo è sufficiente a distruggere anni di carriera, in un batter d’occhio.

La “cancel culture” coreana, intesa come una moderna forma di ostracismo che porta gli individui oggetto di accuse ad essere totalmente allontanati dalle proprie cerchie sociali e professionali, entra in azione con una rapidità disarmante. Lee Dong-Gwi, professore di psicologia alla Yonsei University, sostiene che l’abitudine della società coreana a saltare velocemente alle conclusioni risulti da questo schema ricorrente per cui le celebrità costruiscono deliberatamente una certa immagine positiva, che puntualmente si rivela falsa. Perché è francamente impossibile mantenere degli standard di purezza così elevati costantemente. E non si parla di mantenere immacolata la fedina penale, ma di non essere scoperti a fumare sigarette oppure ad avere un fidanzato o una fidanzata.

Bullismo, stato d’ebbrezza e uso di droghe: i tabù della società coreana

Il caso di Kim Soo-Hyun, però, è abbastanza peculiare: la popolarità dell’attore, di fatto il più famoso della sua generazione, ha infatti ritardato il processo di cancellazione, che in altri casi invece è stato repentino e brutale, anche di fronte ad accuse molto meno gravi. Molti avranno riconosciuto T.O.P. (al secolo Choi Seung-Hyun), ex membro della band BigBang, nel ruolo di Thanos nella seconda stagione di Squid Game. A causa di uno scandalo risalente a dieci (!) anni prima, il rapper è stato escluso da tutti gli eventi promozionali della serie televisiva nel suo Paese. Sulla KBS, la rete nazionale coreana, se vengono trasmessi video musicali o esibizioni dei BigBang, ancora oggi T.O.P. viene “blurrato” se non rimosso digitalmente. Al centro di questo scandalo, la marijuana. T.O.P. era risultato positivo ad un test antidroga eseguito dalla polizia metropolitana di Seoul, ricevendo una condanna a dieci mesi di carcere con una sospensione di due anni. Una sorte simile è toccata a Yoo Ah-In, star di Hellbound e Burning, condannato a un anno di carcere per aver fatto uso illegale dell’anestetico Propofol tra il 2020 e il 2022. Da questi esempi, si evince il sentimento dei coreani nei confronti delle droghe, pesanti o leggere che siano: rifiuto assoluto, crimine imperdonabile. Almeno alla luce del sole.

Ricostruire la propria reputazione e riconquistare il favore del pubblico sembra altrettanto impossibile in caso di bullismo scolastico, tema tornato al centro dell’attenzione pubblica grazie alla fama riscossa dalla serie The Glory a cavallo tra il 2022 e il 2023. Proprio in occasione dell’uscita della seconda stagione, l’attrice Kim Hieora, accusata di bullismo quando era poco più che adolescente, ha visto la propria carriera interrompersi e a nulla sono servite le smentite e i tentativi di riconciliazione con i diretti interessati. Poi, c’è stato il caso dell’attore Kim Ji-Soo, cancellato nel 2021 a causa delle accuse di bullismo mosse da suoi ex compagni di scuola, che in un recente Vlog pubblicato sul suo canale YouTube, ha affermato di aver risolto le “incomprensioni” con gli amici del passato e di essere pronto a tornare sulle scene dopo l’incidente che, di fatto, gli aveva annientato la carriera. Dopo le rilevazioni del 2021 Ji-Soo, anche lui fino a quel momento amatissimo, aveva perso il ruolo nel drama River When the Moon Rises ed era stato denunciato dalla casa di produzione.

Non tutte le cancellazioni sono uguali

Agli occhi di noi occidentali, sembra allora che guida in stato d’ebbrezza, consumo di droghe e bullismo scolastico vengono giustamente puniti e siano argomenti capaci di toccare i nervi più scoperti della società coreana. Quando si parla di scandali sessuali, come quello che ha visto protagonista Kim Soo-Hyun, le reazioni sembrano invece più divisive e meno nette. Più volte, negli ultimi anni, si è parlato del fenomeno delle cosiddette molka, ovvero le videocamere nascoste in luoghi pubblici per riprendere donne inconsapevoli in momenti intimi, che hanno anche ispirato grandi manifestazioni femministe nel Paese e che sono poi il motivo per cui tutti i telefoni venduti in Corea del Sud non hanno la funzione per “zittire” il click della fotocamera (succede lo stesso anche in Giappone). Eppure, nonostante questo crimine sia particolarmente radicato, gli scandali sessuali non sembrano suscitare lo stesso sdegno e rifiuto di altri. Come, d’altra parte, succede dalle nostre parti.

La sola eccezione a questa regola sembra essere storicamente rappresentata dallo scandalo del Burning Sun, famoso locale di Gangnam, cuore pulsante di una segreta rete di violenze sessuali ai danni di donne drogate, traffico di droga e corruzione degli agenti di polizia. «Soldi, potere, donne, sesso. Più lavoro in questo settore, più vedo il fondo del barile. La vera faccia della società», aveva detto la giornalista Kang Kyung-Yoon, la prima a scoperchiare quello che succedeva al Burning Sun nel 2016. Ad affondare con il locale, in quell’occasione, fu l’intera industria dell’intrattenimento coreana, dato il coinvolgimento di celebri volti della musica, come Seungri (anche lui ex membro dei BigBang), Jung Joon-Yung, Choi Jung-Hoon (ex membro dei FTIsland).

Una reattività e una severità particolarmente esacerbata, però, si registra anche nei confronti delle donne. Dopo essere stata condannata per guida in stato d’ebbrezza ed essere stata allontanata dal mondo dello spettacolo nel 2022, Kim Sae-Ron è stata infatti nuovamente vittima di cyberbullismo per aver cominciato a lavorare in un caffè come cameriera, a quanto pare ritenuta indegna persino per un lavoro normale. Song Ji-Ah, concorrente nel 2022 dello show Netflix Single’s Inferno, invece, aveva dimostrato come l’apparenza potesse ingannare al punto da scatenare pesanti ripercussioni. Nel corso del programma, aveva sfoggiato capi firmati e make-up impeccabili, conquistando la maggior parte dei concorrenti, e il pubblico, con la sua aria da ricca ereditiera. La sua fama è stata distrutta quando si è scoperto che quei capi non erano autentici, ma dei falsi palesi, un “peccato” per cui è legittimo pensare che nessuno sarebbe stato cancellato in Occidente. Cancellata per sempre per un top di Chanel della tonalità sbagliata di rosa (ne aveva scritto all’epoca Clara Mazzoleni). In questi ultimi giorni, Jennie delle Blackpink è stata al centro di aspri commenti sui social a causa degli outfit “audaci” indossati nel corso del tour promozionale del suo nuovo album da solista. Non tutti, insomma, vengono trattati allo stesso modo dall’opinione pubblica e alle donne, tanto per cambiare, va sempre peggio.

Scandali e visualizzazioni su YouTube

Vista la vulnerabilità dei personaggi dello spettacolo coreani è facile immaginare una declinazione della “cancel culture” come strumento di cyberbullismo selettivo. Non è un caso che in Corea del Sud esistano numerosi canali YouTube (come lo stesso Hoverlab) che condividono – anonimamente o meno – notizie e scandali del mondo dello spettacolo. In questo senso, il cyberbullismo diventa una fonte di profitto non indifferente per le piattaforme online: i canali ci guadagnano in visualizzazioni, i forum di discussione su Naver, che è il Google coreano e che sono estremamente diffusi in Corea del Sud, vedono così crescere l’engagement, mentre le testate giornalistiche registrano aumenti di traffico.

Un meccanismo che esiste anche da noi e che in Corea del Sud ha fatto moltissime vittime: lo sa bene chi il Kpop e più in generale l’industria dell’intrattenimento coreana la segue da tempo. Jonghyun della band Shinee, la cantante Sulli, l’attore di Parasite Lee Sun-Kyun: sono solo alcuni dei personaggi famosi che hanno scelto di togliersi la vita perché non reggevano più il peso della loro vita pubblica. Alla morte di Lee, il regista Bong Joon-ho aveva firmato una lettera insieme a molte altre celebrità per chiedere chiarezza nelle indagini, denunciando il clima che spesso si crea intorno a questi scandali nel Paese. In questo contesto, il ruolo dei media nazionali è centrale: il crimine può essere, raramente, perdonato, previe scuse in ginocchio, ma mai dimenticato, e ogni occasione è utile a ribadire le accuse mosse in precedenza. Titoli sensazionalistici marchiano a fuoco i crimini sui colpevoli, anche a molti anni di distanza dagli scandali. Prendere posizioni chiare in tema di salute mentale è da escludersi. D’altronde, si sa, fanno molte più visualizzazioni i morti dei vivi.

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