Una nuova funzione che ha (prevedibilmente) conquistato internet: sono già migliaia le immagini ghiblizzate, tra foto, meme e scene di film.
Ogni cultura si inventa le parole necessarie a descrivere ciò che ritiene importante. Parole nuove e più precise e più belle per quel che si ritiene più importante. In giapponese esiste una parola inventata appositamente per definire il concetto di “bella animazione”, fondamentale per la cultura nazionalpopolare nipponica. La parola è sakuga, che all’inizio era una parola importante come le altre, serviva soltanto per dire “disegnare delle figure”. Sakuga ha subìto un processo di risemantizzazione che è andato di pari passo con il cosiddetto anime boom, l’esplosione del valore commerciale e dell’influenza culturale degli anime (e dei manga). Da “disegnare delle figure”, sakuga è diventata una parola per definire e spiegare e descrivere tutto ciò che è “bella animazione”.
Sakuga, la bella animazione
È una parola laschissima che dentro di sé tiene praticamente ogni stile, formato e tecnologia: in due dimensioni ma anche in tre, fatto con carta e matite o mouse e tastiera, cortometraggio o lungometraggio o serie tv. Sakuga non è solo l’animazione fatta bene ma anche quella che fa star bene: con un’espressione italiana, potremmo dire che è sakuga tutto ciò che è un piacere per gli occhi. È disegnare un frame in più per rendere un movimento fluido ancora più fluido. È aggiungere una sfumatura a un colore profondo per renderlo ancora più profondo. È fare una cosa in più invece di una in meno, semplicemente perché si può e si vuole, perché si cerca e si offre il bello. Sakuga è il contrario della produttività e dell’efficientamento, della massimizzazione e della razionalizzazione, del commercio e dell’industria. È la presunzione dell’artista, la cocciutaggine dell’artigiano. Sakuga è un’infinità di cose, ma c’è un filo che tiene assieme tutte queste cose: sakuga è una cosa umana. Perché solo gli esseri umani fanno questa cosa inutile e inspiegabile e indispensabile che si chiama arte.
È passata una settimana da quando OpenAI ha lanciato la nuova versione di ChatGPT, una che consente agli utenti di dilettarsi con il cosiddetto ghibli prompting: prendi questa immagine e restituiscimela come fosse un frame di un film dello Studio Ghibli. Una settimana ormai basta e avanza perché un “fenomeno” attraversi tutte le fasi della sua effimera esistenza: da curiosità a mania a ossessione a rottura di coglioni, una traiettoria che per comodità potremmo definire brattizzazione. Una settimana fa si ghiblizzavano le foto di famiglia e le scene dei film preferiti, oggi siamo a Maurizio Gasparri che si ghiblizza l’ufficio al Senato e ai social dell’Idf che ghiblizzano la guerra. Oltre il delirio, però, c’è la paura: che conseguenze avrà tutto questo sul mondo dell’animazione, a parte far fare altri soldi a OpenAI e a Sam Altman? Perché delle conseguenze ci saranno e saranno estreme: ormai bisogna essere tonti per credere ancora che Big Tech offra innocenti passatempi a un pubblico affezionato.
Una questione di sopravvivenza
Un gongolante Altman ha raccontato delle Gpu di OpenAI a rischio scioglimento a causa della domanda eccessiva di immagini ghiblizzate. Il prossimo passo è facile prevederlo: accesso ristretto, il ghibli prompting che diventa una funzione riservata agli utenti premium, ai gonzi che sottoscrivono il piano di abbonamento più costoso. Dopodiché verrà il servizio per le aziende, cioè per gli studi che producono anime. Perché pagare degli animatori, anche una miseria, per fare bene quello che una AI può fare quasi altrettanto bene o non così peggio, a una frazione del prezzo? Prezzo che, è bene saperlo, è già bassissimo adesso: gli unici che non ci hanno guadagnato un soldo dall’anime boom sono gli animatori, che nella stragrandissima maggioranza dei casi sono dei freelance che lavorano anche 18 ore al giorno per mettere assieme l’equivalente di 800 euro. Capite che qui la questione del diritto d’autore non è capriccio né vanità: è sopravvivenza. In senso letterale: gli animatori sono una delle categorie professionali giapponesi più colpite da karoshi, la morte da superlavoro.
Dovremmo aver subìto abbastanza soprusi da parte della broligarchia da aver capito che niente di quello che fanno è fine a se stesso. Il ghibli prompting non è un passatempo: è un test, è un’indagine di mercato, è un focus group a cui partecipa un bel pezzo di popolazione terrestre. E non ci sarebbe niente di male – ci sarebbe, in realtà, ma l’economia di mercato ce la siamo scelta e ora ce la dobbiamo tenere – se non fosse che a questa festa gli unici a non essere invitati sono stati gli animatori che quello “stile Ghibli” lo hanno inventato e realizzato. È un vizio della broligarchia, questo di considerare la proprietà privata un diritto solo in precise circostanze, cioè quelle in cui la proprietà privata è la loro.
Meta non si è fatta alcun problema ad addestrare la sua AI piratando petabyte e petabyte di libri su Libgen, la stessa piattaforma che io potrei (ma non l’ho mai fatto né lo farò mai!) usare per scaricare illegalmente libri, rischiando ogni volta multe e condanne. Quando si è scoperto che DeepSeek poteva essere una pretendente al trono dell’AI, la prima cosa che OpenAI ha fatto è stata accusare l’azienda cinese di aver costruito la sua intelligenza artificiale violando la sacralità del diritto alla proprietà privata. Di OpenAI.
Questa evidente ipocrisia, questa palese prepotenza di Big Tech (aggravata dall’incapacità della politica mondiale di regolamentare una volta per tutta il copyright su internet: trent’anni che ci proviamo e ancora a questo stiamo) ha portato tantissime persone a scoprire una frase detta da Hayao Miyazaki sull’uso dell’AI nell’animazione. A scoprirla e a fraintenderla: quando il fondatore dello Studio Ghibli dice che «l’AI è un insulto alla vita» si riferisce a un animatore che nel 2016 gli aveva proposto un cortometraggio ultraviolento realizzato, appunto, in 3D con l’AI. Miyazaki era disgustato da cosa c’era in quel corto, non da come era stato fatto. Perché quel corto era un’offesa a tutto ciò per cui Miyazaki si è speso nella sua vita fuori dall’animazione: il pacifismo (a cui è venuto meno solo in un caso: quando fece recapitare nell’ufficio di Harvey Weinstein, distributore americano della Principessa Mononoke, una copia del film, una katana e un biglietto con su scritto solo “no cuts”), la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari, l’opposizione al riarmo giapponese. Altro che conservatore, quest’uomo è un ribelle.
Hayao Miyazaki odia le persone, non le tecnologie
È importante saperlo e sottolinearlo perché così si disinnesca uno degli ordigni ai quali i tecnottimisti ricorrono sempre in queste circostanze: accusare chi si oppone a questo scempio di essere un vecchio babbione, un utensile scassato rimasto in fondo alla cassetta degli attrezzi del Novecento. Miyazaki è tutto tranne che un conservatore, un reazionario, un luddista. Nel 2021, dopo essere andato in pensione per la seconda o terza volta nella vita, lasciò lo studio in mano al figlio Goro e appoggiò – non avversò, sarebbe meglio dire – la decisione di quest’ultimo di girare il primo film Ghibli interamente realizzato in 3D, Earwig e la strega. Che fu un disastro e che costrinse Miyazaki a tornare a lavoro per salvare l’azienda dal fallimento, ma non è questo il punto. Il punto è che Miyazaki non odia la tecnologia ma le persone, non si oppone ai software ma al mercato. Odia, soprattutto, quelli che fingono di conoscere la differenza tra ispirarsi a, copiare, plagiare, rubare e sostituire.
Se avesse voluto fare i soldi con lo Studio Ghibli, Miyazaki avrebbe iniziato a usare gli inserti digitali da un pezzo (le aziende lo implorano da decenni, perché quale pubblicità migliore ci può essere, per un software d’animazione, che essere usato dallo Studio Ghibli), sarebbe riuscito a girare un film all’anno, sarebbe diventato ricchissimo. Non lo ha fatto perché è questo ciò che considera «un insulto alla vita»: la convinzione che sia razionale, profittevole, economico affidarsi alla brutta ma efficiente imitazione della macchina invece che all’imperfetto ma umano afflato dell’artista. Chi mi ama mi aspetti, insomma.
In questa settimana, la più brutta della mia vita di fan dello Studio Ghibli, è apparsa spesso nel mio feed una brevissima scena di Si alza il vento. Dura soltanto quattro secondi, è una scena che narrativamente non serve a nulla, che qualsiasi regista avrebbe evitato di girare, ed è bellissima. Per questa scena di 4 secondi che non serve a nulla e che chiunque avrebbe evitato di girare, gli animatori dello Studio Ghibli hanno lavorato tutti i giorni per un anno e quattro mesi. “Fenomeni” come il Ghibli prompting servono a questo: a scoprire quanto ci mettiamo a dimenticare che fare arte significa fare cose belle per l’unico motivo, con il solo scopo di fare cose belle e mostrarle a un altro essere umano. Mettendoci tutto il tempo necessario.

Si intitola così la mostra dell'artista svizzero, alla GAM di Milano fino al 6 luglio. Un percorso in cui Rondinone racconta una storia di migrazione, la sua, tra nature morte, paesaggi, sculture, ricordi di Matera e ammirazione per Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo.