È nata per accorciare la strada tra i social e i contenuti per adulti, e la gestiscono tre sex worker. Vieta l’AI, commissioni più basse di OnlyFans e promette alle creator una cosa rara in questo lavoro: una comunità.
Il paradiso esiste e si chiama Gifcities, il museo che raccoglie tutte le gif apparse sull’internet dei bei vecchi tempi
Più di quattro milioni di GIF animate recuperate dalle pagine di GeoCities, grazie all'ennesimo sforzo di conservazione del benemerito Internet Archive.
Su internet c’è un museo con più di quattro milioni di GIF animate, e quasi tutte sono brutte nel modo più glorioso possibile: scritte glitterate, unicorni rotanti, cantieri con l’omino che scava sotto il cartello «under construction», fiamme, delfini, bandiere che sventolano, cagnolini che ballano. È GifCities, il motore di ricerca che l’Internet Archive, la biblioteca digitale non profit che dal 1996 conserva le pagine web attraverso la Wayback Machine, ha lanciato nell’ottobre del 2016 per festeggiare i suoi vent’anni. Come raccontava allora il blog dell’Archive, le GIF sono più di 4,5 milioni, di cui 1,6 milioni diverse tra loro, tutte recuperate dalle pagine di GeoCities salvate nell’archivio. E ognuna, cliccandoci sopra, riporta alla pagina personale in cui era apparsa la prima volta, con i suoi sfondi a stelline, i contatori di visite e i MIDI che partivano da soli.
GeoCities è stato per molti il primo posto dove avere una casa online. Era nata nel novembre del 1994 con il nome di Beverly Hills Internet, fondata da David Bohnett e John Rezner, e offriva spazio gratuito per costruirsi una pagina. Le pagine erano organizzate in «quartieri» tematici, con nomi come Hollywood, SiliconValley, Paris o Tokyo, e chi ci abitava si chiamava homesteader, come i coloni del West. Nel 1999 la comprò Yahoo, per 3,57 miliardi di dollari in azioni, nel pieno della bolla delle dot-com. Dieci anni dopo, il 26 ottobre 2009, la chiuse negli Stati Uniti, quando ospitava almeno 38 milioni di pagine: un pezzo enorme della storia del web amatoriale degli anni Novanta, fatto da milioni di persone che imparavano l’HTML da sole, sarebbe sparito se volontari come quelli dell’Archive Team e l’Internet Archive non lo avessero copiato in tempo. In Giappone, dove era rimasta popolarissima, GeoCities ha resistito fino al 31 marzo 2019.
Nel giugno del 2025 GifCities è stata rinnovata. All’inizio si potevano cercare le GIF solo in base al nome del file, ora c’è una ricerca semantica: un modello di intelligenza artificiale analizza ogni singolo fotogramma, e si possono scrivere richieste come «bordo blu scintillante» o «criceto che balla». La vecchia ricerca è rimasta, in una scheda a parte, per quella che l’Archive chiama «nostalgia dell’indice di ricerca». Si possono filtrare le immagini per dimensione, per esempio per trovare i blinkie, le minuscole etichette lampeggianti da 150 per 20 pixel, e il vecchio scorrimento infinito, che a volte «paralizzava il browser», è stato sostituito dalle pagine. Nel frattempo quelle GIF sono finite in articoli del New York Times e in mostre come GifCollider al Berkeley Art Museum, e sono diventate qualcosa di più di un archivio di cattivo gusto: la testimonianza di un’epoca in cui internet era fatto a mano, da persone qualunque, prima che arrivassero le piattaforme a decidere come dovesse essere fatto.