Cosa si dice del documentario di Peter Jackson sui Beatles

All’inizio del 2017 Peter Jackson decise di fare un documentario sui Beatles. Adesso questo documentario è arrivato (due delle tre parti in cui è diviso sono disponibili ora su Disney+), si chiama Get Back e, in questi quattro anni di attesa, ha fatto in tempo a diventare uno dei rockumentaries più attesi di tutti i tempi. In questi anni Jackson ha raccolto talmente tanto materiale (pare più di 60 ore di filmati inediti) che, a film appena uscito, sta già parlando di un director’s cut lungo 18 ore.
Il documentario racconta i Beatles a partire dal gennaio del 1969, mentre i Fab Four sono al lavoro sull’album che alla fine diventerà Let it be. All’epoca, John, Paul, George e Ringo invitarono una troupe cinematografica a seguirli in studio durante le sessioni di lavorazione del disco, e da quell’invito nacquero poi il leggendario concerto sul tetto, l’ultima esibizione della band, e il film Let it be, una specie di cronaca di come i Beatles alla fine arrivarono alla decisione di separarsi e andare ognuno per la propria strada. Consapevole che quello è stato sicuramente il periodo più difficile per i Beatles, Jackson non era entusiasta all’idea di approfondirlo: «Mi dicevo: se la roba che già abbiamo visto è quella che decisero era accettabile la gente sapesse, che cosa ci sarà in tutte le ore di girato che scelsero di tagliare?».
Forse è proprio partendo da questa consapevolezza che Jackson è riuscito a fare una cosa diversa. Come ha scritto Sheri Linden su The Hollywood Reporter «la cronaca della band che ha segnato una generazione, raccontata da Jackson attraverso i loro momenti creativi in un close-up che mette al centro l’alchimia tra i quattro». Owen Gleiberman di Variety ha scritto che la serie ha sì dei difetti, soprattutto nella terza parte, appesantita probabilmente da una lunghezza eccessiva. Ma questo non toglie, secondo Gleiberman, la capacità dell’opera di Jackson di andare addirittura oltre «l’hype e l’ansia dei fan». Rob Sheffield di Rolling Stone ha scritto che il bello del film sta proprio nei suoi «momenti di calma» e nelle piccole chicche che regala, come alcune scene con protagoniste Yoko Ono e Linda Eastman e quella in cui George Harrison improvvisa la cover di un pezzo di Bob Dylan.