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È morto Val Kilmer, la rockstar della Hollywood degli anni ’80 e ’90 Aveva 65 anni e da tempo si era ritirato dalle scene a causa di un cancro alla gola.
C’è un pesce che si è evoluto appositamente per evitare di avere a che fare con i suoi simili Si chiama tetra messicano (Astyanax mexicanus) e ci ha messo 20 mila anni per raggiungere questo notevole risultato.
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Adolescence verrà mostrato in tutte le scuole medie inglesi Un'iniziativa appoggiata dal Primo ministro inglese, Keir Starmer.

Cambridge Analytica: quanto sapeva Facebook?

Cosa dice l'inchiesta del Guardian e le domande da porsi. Sul ruolo del social network e sulla tenuta delle democrazie.

19 Marzo 2018

Le domande da farsi, a questo punto, sono tre. Quanto sapeva Facebook? Quanto avrebbe potuto fare (ed evidentemente non ha fatto) per evitare che i dati dei suoi utenti fossero raccolti illegalmente e utilizzati per influenzare le elezioni? E, soprattutto, che cosa si può fare per evitare che la cosa si ripeta anche in futuro? All’indomani delle ultime rivelazioni su Cambridge Analytica, la società di data analytics che ha collaborato alla campagna elettorale di Trump (Steve Bannon ne è stato il vice presidente) e ora accusata di avere tracciato il profilo psicologico di almeno 50 milioni di elettori americani a partire da dati ottenuti illegalmente dai loro profili Facebook, gli interrogativi più urgenti riguardano proprio l’azienda di Mark Zuckerberg. Sono interrogativi che non riguardano soltanto il caso specifico – una società, una campagna elettorale – ma rimandano a una questione più ampia su come il più grande social network al mondo e la pletora di dati che esso rinchiude possono essere utilizzati per influenzare l’opinione pubblica e i processi elettorali su una scala che non ha precedenti.

Perché ne parliamo adesso? Non è la prima volta che si discute di Cambridge Analytica e del suo ruolo controverso in alcune campagne elettorali: le prime inchieste giornalistiche risalgono al 2015, e la società è stata è coinvolta nell’inchiesta, tutt’ora in corso, di Robert Mueller sulle presunte ingerenze russe nelle elezioni americane. È stata oggetto, inoltre, di almeno due interrogazioni parlamentari nel Regno Unito. Quello che è successo, però, è che il Guardian ha iniziato a pubblicare, a partire dal 17 marzo, una serie di rivelazioni sul ruolo della società nelle elezioni presidenziali del 2016: la serie, intitolata The Cambridge Analytica Files, parte da informazioni fornite da Christopher Wylie, ventottenne canadese che ha lavorato per la società tra il 2013 e il 2014, una delle menti che hanno ideato il suo programma di micro-targettizzazione psicologica, e che poi, essendosi pentito ha deciso di parlare coi giornalisti. L’intervista principale è uscita appunto sul Guardian, ma lui ha parlato anche al New York Times.

Zuckerberg Facebook

Cambridge Analytica è stata fondata nel 2013, proprio in vista delle elezioni: l’investitore principale è Robert Mercer, il miliardario trumpiano che finanzia anche il sito di estrema destra Breitbart, e Steve Bannon è stato uno dei dirigenti. È una controllata del Gruppo Strategic Communication Laboratories (SCL), che recentemente ha firmato contratti col Pentagono e il Dipartimento di Stato. Ai tempi delle primarie repubblicane, la società lavorava per la campagna di Ted Cruz, dopo ha lavorato per Trump. Quello di cui è accusata, in questo frangete specifico, è avere svolto un sofisticato lavoro di micro-targettizzazione e di profilazione psicologica a partire da dati ottenuti illegalmente, venduti da un’altra società, la Global Science Resaerch (o GSR). La GSR, fondata e gestita dal neuropsicologo dell’Università di Cambridge Aleksandr Kogan, quei dati li aveva raccolti su Facebook a partire di quiz cui gli utenti partecipavano volontariamente, e in cui davano l’accesso non soltanto ai propri dati ma anche a quelli dei propri contatti sul social network. Non è la raccolta dei dati di per sé ad essere illegali, ma la loro vendita: formalmente, come lo stesso Kogan aveva assicurato a Facebook, qui dati erano raccolti per ricerca scientifica, e la legge britannica proibisce chiaramente di vendere a società private dati raccolti in ambito accademico.

Cambridge Analytica, si diceva, è nata nel 2013. Però questa storia – cioè la storia della scoperta di come Facebook possa essere sfruttato per profilazioni psicologiche su vastissima scala – inizia, proprio all’Università di Cambridge, nel 2007. Due neuroscienziati del centro di psicometria dell’ateneo inglese, Michal Kosinski e David Stillwell, creano un test, myPersonality: è il classico genere di test psicologico dove si ricostruiscono i tratti psicologici dei partecipanti in base alle risposte date, con la differenza però che si svolge su Facebook e che agli user viene chiesto di dare il consenso ad accedere ai loro dati. I ricercatori, così, possono stabilire correlazioni tra le personalità degli utenti e i loro “Like”. Era una miniera d’oro. Anche il loro collega Kogan comincia a lavorare su questo campo, grandi aziende come la Boeing cominciano ad interessarsi.

Nel 2013 pure Christopher Wylie, il futuro whistleblower da cui è partita l’inchiesta del Guardian, nota gli studi di Kosinski e Stillwell. Wylie, un “data science nerd”, aveva iniziato a lavorare prestissimo come consulente politico, prima con i liberali del Canada e poi coi LibDem inglesi, coglie il potenziale per un’applicazione in politica: i Like sono uno specchio della personalità, e la personalità è un precursore del comportamento politico, dunque Facebook, con la sua possibilità di targettizzare fare campagne targettizzate, è uno strumento perfetto per scovare i voti in potenza. I suoi clienti però (a quei tempi i LibDem) non sono interessati, così Wylie si mette in contatto con Cambridge Analytica: Bannon e Mercer gli danno carta bianca per «sperimentare le sue folli idee». La società ingaggia Kogan. Che in soldoni replica l’esperimento di Kosinski e Stillwell, crea una serie di quiz che circolano soprattutto su Facebook, e che permettono di accedere ai Like dei partecipanti e dei loro contatti. Solo che Kogan lo fa su una scala molto più vasta – 50 milioni di utenti – e vende i dati alla società di Mercer. A partire da quei dati, con un algoritmo messo a punto dalla squadra di Wylie, Cambridge Analytica ha sviluppato il suo lavoro di targettizzazione per la campagna elettorale di Trump.

Facebook

Il ruolo dei “cattivi”, in questa storia, sembrano farlo Cambridge Analytica e Kogan. Che cosa c’entra Facebook in tutto questo? Stando alle rivelazioni di Wylie al Guardian, il social network sapeva, e non è corso ai ripari. Non abbastanza, per lo meno: la massa enorme di dati estratti da Kogan ha messo sull’allarme i protocolli di sicurezza di Facebook, ma quando lui aveva spiegato che si trattava di una ricerca scientifica loro si sono fidati e per un po’ lo hanno lasciato fare. Questo succedeva tra il 2014 e il 2015. Nel 2016, un avvocato di Facebook contatta Kogan chiedendogli di distruggere i dati. A quel punto, ha detto un portavoce del social newtork ha detto al Guardian, sia Kogan che Cambridge Analytica avrebbero assicurato a Facebook che i dati sono stati distrutti. Cosa che però, evidentemente, non è accaduto, visto che sono stati utilizzati nella campagna elettorale di quell’anno.

Ricapitolando. Kogan, che lavora per Cambridge Analytica, raccoglie dati su Facebook, nell’ordine delle decine di milioni di utenti; Facebook si insospettisce, ma quando Kogan gli dice che è “per ricerca” si fida; Facebook ci ripensa, dice a Kogan di distruggere tutto e quando lui risponde “ok, va bene”, si fida ancora una volta. E tutto questo avviene mentre Cambridge Analytica continua a usare il social network per fare campagna per le elezioni Usa del 2016. E tutto questo avviene mentre anche altri casi di abuso dei social network a fine politici iniziano a venire alla luce. Quanto sapeva Facebook? Quanto avrebbe potuto fare e non ha fatto? E cosa possono fare, i governi democratici, per evitare che questo si ripeta? Sono domande che, lo avrete capito, si ricollegano anche alle ingerenze della Russia (o alle possibili ingerenze di altre nazioni straniere) e alla possibilità che lo stesso Zuckerberg entri in politica. E che sollevano questioni – lo diciamo a costo di sembrare un po’ apocalittici – sulla tenuta delle democrazie occidentali.

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