Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.
Il rimedio contro la desertificazione potrebbe venire da una sperduta isola dell’Atlantico che da deserto si è trasformata in giungla
Dal 1847, su un’isola vulcanica di Ascension, gli alberi dei Kew Gardens hanno creato una foresta che si mantiene da sola. Gli scienziati la studiano per capire come fermare l’avanzata dei deserti, ma il modello ha dei limiti.
Nel 1847 la marina britannica cominciò a spedire alberi dai Kew Gardens di Londra verso un’isola vulcanica in mezzo all’Atlantico, appena sotto l’equatore, dove fino ad allora gli alberi non c’erano mai stati. Ascension era così desolata che i britannici, che l’avevano occupata nel 1815 perché i francesi non la usassero come base per liberare Napoleone dalla vicina Sant’Elena, l’avevano registrata come una nave, la HMS Ascension. L’idea era del botanico Joseph Hooker, amico di Charles Darwin, che ci era passato qualche anno prima: gli alberi avrebbero trattenuto la pioggia e l’umidità portate dagli alisei, ridotto l’evaporazione e creato un terreno fertile sopra la cenere. Il primo carico conteneva 330 specie arrivate dai giardini botanici di Europa, Sudafrica e Argentina, e per quasi ottant’anni i giardinieri mandati da Londra si diedero il cambio per curarle. Oggi la cima di Green Mountain è coperta da una foresta di fichi, bambù, eucalipti e banani, avvolta dalla nebbia, che si mantiene da sola grazie a una nuvola carica d’acqua sempre attaccata alla vetta. È considerato il primo caso documentato di terraformazione.
Su quella montagna, racconta El País, ha lavorato per un mese Víctor Maull, ricercatore del Laboratorio di sistemi complessi dell’Istituto di biologia evolutiva di Barcellona, convinto che Ascension possa aiutare a capire come fermare la desertificazione. Il punto, spiega, è che gli ecosistemi aridi non si impoveriscono gradualmente: superata una certa soglia di aridità crollano di colpo, e tornare indietro richiede energie e risorse che spesso non ci sono. Tra il 1982 e il 2015 il cambiamento climatico ha degradato quasi il 13 per cento delle terre aride del pianeta, circa 5,4 milioni di chilometri quadrati, con conseguenze per più di 200 milioni di persone. Ad Ascension, invece, il passaggio inverso, dalla cenere e dalla sabbia alla foresta, è avvenuto in meno di 150 anni, e per mano dell’uomo.
Il modello però ha dei limiti, a partire dall’isola stessa. Oltre il 95 per cento delle specie vegetali di Ascension oggi è stato introdotto o è invasivo. Le piante arrivate con Hooker, e gli insetti, i ratti e i gatti sbarcati insieme a loro, hanno soppiantato quelle native, e due si sono estinte. L’ecologo Fernando T. Maestre, tra i massimi esperti di zone aride, aggiunge che l’esperimento non si può esportare così com’è nel Sahel o nel Sud-est della Spagna: Ascension era disabitata, mentre altrove ogni rimboschimento deve fare i conti con l’agricoltura, i pastori, l’acqua e la proprietà della terra. Lo dimostra anche la Grande muraglia verde cinese, il progetto con cui dal 1978 la Cina ha piantato 66 miliardi di alberi contro l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan. La copertura forestale della regione è passata dal 5 al 14 per cento: un aumento, certo, ma in alcune zone ottenuto con specie scelte male e, nelle aree più aride, con foreste che tolgono acqua a ciò che c’era intorno.