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La ministra della Giustizia americana vuole la condanna a morte per Luigi Mangione Ha inviato una comunicazione ai procuratori federali, chiedendo la pena di morte per quello che definisce «un terrorista».
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È morto Val Kilmer, la rockstar della Hollywood degli anni ’80 e ’90 Aveva 65 anni e da tempo si era ritirato dalle scene a causa di un cancro alla gola.

Il «centrocampista di scorta» è il nuovo Re

Lo chiamano «tuttocampista», che è un neologismo terribile e adeguato, perché Vidal è ovunque, sa fare tutto in ogni ruolo e coprire ogni parte del campo. Ritratto del giocatore che tutti vorrebbero avere.

07 Gennaio 2014

Il gol che racconta meglio Arturo Vidal non è l’ultimo. Questo è il pretesto per dargli l’uomo partita. È da 18 settimane che alla fine della giornata di campionato è sempre in ballottaggio. È lui, diciamo. Poi ci ripensiamo: tanto ci sarà un’altra occasione. Perché Vidal è nella piccola rosa dei migliori che il campionato italiano possa offrire al momento. Allora il gol alla Roma serve a rendere merito e giustizia. Vidal uomo partita di ogni partita e adesso di questa. A rigor di perfezione morale, tecnica e estetica, il gol che lo racconta meglio è il primo di quest’anno, contro la Lazio: inserimento centrale da dietro, palla di Pogba a scavalcare  i difensori, stop in leggera elevazione di destro, atterraggio e tocco di esterno, sempre destro, per superare Marchetti. Tic. Come un il filo che entra morbido e preciso nella cruna di un ago. Ecco, lì c’è il tuttocampista, come chiamano Vidal con un neologismo orribile, ma efficace. Strana storia: ci sono parole che non bisognerebbe usare e che però raccontano perfettamente una persona, un fatto, un evento. Tuttocampista è Vidal, non c’è niente da fare. Ingoiamo sta cafonata e basta.  Perché serve a evitare giochi di parole e di fatti per dire chi è e che fa questo giocatore fantastico che quando arrivò a Torino fu accolto dalla stampa e dalla critica come una riserva: «Il centrocampista di scorta si chiama Vidal», titolò Tuttosport subito prima della firma.

Semplicemente non lo conoscevano. Arrivava dal Bayer Leverkusen e non è che non avesse fatto nulla: tre stagioni buone e una, l’ultima, eccellente, con 33 presenze e 10 gol. Non ha mai segnato tanto (con la Juve l’anno scorso si è eguagliato), eppure lo definirono «di scorta». Succede. In realtà Vidal arrivò alla Juve per diventare ciò che poi è diventato: un giocatore da fantascienza. La prima volta che lo vedi dal vivo ti sembra ancora più forte, perché la telecamera che sta nei tuoi occhi e la regia che sta nel tuo cervello ti permettono di vedere ciò che la tv non riesce a mostrarti: la capacità di stare ovunque, di coprire qualunque zona del campo adattando le proprie caratteristiche alla situazione di gioco di quell’istante. Cioè: Vidal non sembra mai fuori posto, non ti dà l’impressione di essere colui che si adatta. Se non lo conoscessi e lo vedessi difendere penseresti che è un difensore. Perché in quella fase si comporta esattamente come i compagni che fanno quello per tutta la partita. Idem quando ha la palla tra i piedi e imposta l’azione, oppure quando s’infila in area e fa l’attaccante. Tiro, gol. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto quest’anno. In diciotto partite. Significa che il record di dieci in 31 sarà superato. Vuol dire che a fine stagione ci saranno attaccanti che avranno segnato molto meno di lui pur potendo giudicare ottimo il proprio campionato, ma senza aver fatto tutto il resto che fa Vidal.

Vidal è rigorista nonostante in campo ci siano Pirlo e Tevez. Non sono dettagli, è sostanza. Pirlo è stato rigorista da quando è nato, con la sola eccezione del periodo in cui ha giocato alle spalle di Baggio nel Brescia. Arturo l’ha messo dietro.

Comunque, quella prima volta dal vivo fu a San Siro contro il Milan, nella partita del famoso non gol di Muntari. Vidal non giocò benissimo, perdendo una percentuale di palloni superiore alla sua media. Eppure la storia del tuttocampista fu chiara ugualmente. E poi confermata, oltre che da tutte le altre partite viste in tv, da un altro live, quello contro il Real Madrid, allo Juventus Stadium, il 5 novembre scorso. Ecco, visto lì contro la rosa più competitiva del mondo, Vidal fece impressione: solido, forte, sicuro, rapido, tecnico, intelligente, utile, fondamentale. Quindici secondi prima del primo gol della Juve, Arturo era alla bandierina destra della sua metà campo a recuperare un pallone a Bale. Cosa riuscita con un takle in scivolata perfetto. Poi subito dall’altra parte: al momento del fallo del Real su Pogba era esattamente dove un allenatore avrebbe desiderato che uno così fosse, cioè al limite dell’area avversaria pronto a raccogliere un’eventuale ribattuta della difesa o pronto a inserirsi su un cross. Poi il rigore, il che sembra un dettaglio. Ecco, appunto. Perché Vidal è rigorista nonostante in campo ci siano Pirlo e Tevez. Non sono dettagli, è sostanza. Pirlo è stato rigorista da quando è nato, con la sola eccezione del periodo in cui ha giocato alle spalle di Baggio nel Brescia. Arturo l’ha messo dietro.

Anche qua, sbaglia chi pensa che siano particolari irrilevanti. È indice di irrinunciabilità. E in questa Juventus come in questa serie A, Vidal è imprescindibile. A Torino gli hanno rinnovato il contratto con due obiettivi apparentemente inconciliabili: non venderlo o venderlo a un prezzo mostruoso. Per capirci: non è Pogba, che nonostante sia in prospettiva il giocatore più importante della Juve, è un bene da monetizzare di fronte a un’ottima offerta. Vidal oggi è di più: è il centro di un’idea di gioco e quindi anche un’idea di club. È il termometro con cui misuri la salute della squadra. Quest’anno è andato in panchina per scelta tecnico-disciplinare una sola volta, a Firenze. È entrato riscaldandosi come un bambino al luna park, senza voglia, senza grinta, senza testa. È entrato, ha perso un pallone e la Fiorentina da lì ha costruito la sua rimonta fino alla prima e unica sconfitta della Juventus in questo campionato. Perché è imprescindibile, ma è anche uno capace di arrivare in ritardo dopo una convocazione in Nazionale, come è accaduto quella volta.  Cioè: ha le sue follie, le sue manie, le sue controindicazioni. Il Cile, per esempio, l’ha sospeso per dieci partite perché si era presentato con altri quattro compagni in ritardo e in «condizioni non adeguate» agli allenamenti durante in ritiro. Era ubriaco, in sostanza. E Claudio Borghi lo tenne fuori per un po’. Non capiterà più, disse Vidal. Stessa cosa detta a Conte dopo la Fiorentina.

Il quale Conte, per lui, ha di fatto cambiato modulo di gioco. Perché adesso qualcuno non se lo ricorda più, ma Arturo è stato determinante per modificare le certezze dell’allenatore della Juve: prima del suo arrivo e anche subito dopo, Conte giocava con quel 4-2-4 che era un 4-4-2 esasperato da due ali molto disponibili. È stato il suo essere prevalentemente una mezzala a far cambiare idea e modo di mettere in campo la formazione. Perché, sì, pur giocando ovunque, Vidal questo è: uno che si mette a destra o a sinistra del regista e s’infila negli spazi, in avanti e indietro. Un interno. Che poi assomiglia molto al ruolo che aveva lo stesso Conte con Lippi. La sua unicità sta lì, in quella posizione che oggi nessuno occupa bene come lui. Perché Iniesta occupa la stessa zona, ma non fa la fase difensiva; idem Hamsik e Pjanic. Vidal è ovunque: «Ho cominciato difensore», ricorda spesso. L’ha fatto anche alla Juventus, una volta che ce ne era bisogno. Però ha fatto pure l’attaccante: la prima volta in assoluto che ha giocato con la maglia della Juve, sostituì Del Piero. Avanti e indietro, non c’è problema. È la sintesi tra classe e forza, tra grinta ed eleganza. Nelle statistiche individuali della Juventus è il giocatore con la media più alta: 1441 minuti giocati, otto gol, 14,4 palle recuperate a partita, il 70,9 per cento di passaggi riusciti, 2,6 tiri a in porta ogni match (più di Llorente che fa il centravanti puro).

I numeri spiegano scientificamente quell’imprescindibilità che si vede anche senza statistiche.

I numeri spiegano scientificamente quell’imprescindibilità che si vede anche senza statistiche. Vidal è unico, sì. Fino alla fine dell’anno scorso, nelle 20 partite in cui aveva segnato la Juventus ottenne 17 vittorie, un pareggio e due sconfitte. Quest’anno con i suoi otto gol finora sono arrivate sei vittorie e un pareggio. C’è poi un’altra cosa: i gol decisivi. Nel campionato scorso segnò otto volte su dieci sullo 0-0. Quest’anno è a 5 su otto, e un altro gol l’ha segnato quando la Juve era sotto di uno a zero. Quindi è stato ugualmente decisivo. Non è fantacalcio, è calcio. È la spiegazione che supera il giudizio personale, è l’oggettiva certezza che si sta parlando di un campione. Non è che uno così lo puoi trattare come quei giocatori del tipo: “mi piace”. Qui non c’entra il giudizio singolo, esiste la prova dell’esistenza di un tipo di giocatore che vale più di altri. Vidal non conta solo come investimento puro: pagato 10,5 milioni oggi è quotato 45. Vale perché produce. E vale perché se uno tifa per la squadra in cui gioca lui, sa che avrà uno che si sbatte come un dannato e ti dà un rendimento da fenomeno. Lo vorrebbero tutti, più di un attaccante che segna e basta, più di un dieci bello da vedere. Più di molti altri, quasi di tutti.

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