L’AI forse distruggerà il mondo ma sicuramente salverà il cinema
Intervista ad Andrea Gatopoulos, tra i più interessanti registi indipendenti italiani, autore di film che mescolano esistenzialismo, vecchia internet e intelligenza artificiale.

Andrea Gatopoulos ha 30 anni e fa già troppe cose. Ha diretto sette corti e un lungometraggio. Ha partecipato a più di 150 festival in tutto il mondo, tra cui Cannes, Locarno, Venezia, Camerimage, Rotterdam, Roma e Torino. Ha studiato con Werner Herzog, Radu Jude e Apichatpong Weerasethakul. Ha girato un film bellissimo intitolato A Stranger Quest, frutto della sua ossessione per le mappe e per le ricerche su internet: navigando, un giorno si è imbattuto nel sito di David Rumsey, una delle più grandi collezioni di mappe al mondo, ha scritto al collezionista e lo ha convinto a diventare l’avatar-protagonista di un dei film italiani più strani degli anni Duemila. E anche un produttore e distributore: produce film con la sua società Il Varco e poi quegli stessi film li distribuisce attraverso Gargantua Distribution. Come se non fosse abbastanza, ha deciso pure di fondare una residenza artistica, Nouvelle Bug. La sua ossessione è la tecnologia, i videogiochi, la vecchia internet e le nuove AI, che ha messo tutte assieme in quello che definisce cinema cyber-realista: si racconta il mondo vero usando l’estetica di quello digitale. In questi giorni è a Milano, ospite del festival Indocili di Tafano Cinema, per presentare i cinque migliori corti dell’ultima edizione di Nouvelle Bug, in un evento in programma martedì 25 febbraio al cinema Beltrade (appuntamento alle 22, i biglietti li trovate qui). Lo abbiamo intervistato e con lui abbiamo parlato di cinema indipendente, di intelligenza artificiale e di fine del mondo.
ⓢ Io sono un amante dei giochi di parole, quindi innanzitutto ti faccio i complimenti per aver chiamato la tua residenza artistica Nouvelle Bug: penso sia un titolo geniale. Detto questo, mi spieghi cos’è Nouvelle Bug?
Nouvelle Bug è un’estensione del metodo che ho applicato ai miei film. Un modo per trasmettere questo metodo, una soluzione per fare un cinema veramente indipendente, completamente separato dalle logiche produttive a cui dobbiamo sottostare in questo momento storico. Logiche per colpa delle quali diventa sempre più difficile finanziare dei film. C’è una grande crisi del corto in Italia, perché comunque è impossibile trovare le risorse giuste per girarne uno. Questo mette i registi e le registe che non hanno il sostegno della famiglia in una condizione di paralisi. Il presupposto di Nouvelle Bug è permettere a questi giovani di essere sempre e assolutamente indipendenti. Avere le possibilità di raccontare la contemporaneità, il mondo. Poi, per me è anche un fatto di avanguardia: Nouvelle Bug è un workshop che fa ricerca.
ⓢ Questa volontà di essere indipendenti mi sembra presentissima nel discorso sul cinema contemporaneo. Sean Baker, il regista di Anora, candidato a una caterva di Oscar, ha detto che se avesse figli quello che guadagna con i suoi film non gli basterebbe per mantenerli. Oggettivamente il problema esiste, di indipendenza artistica ma pure economica dei giovani registi.
È un momento veramente, veramente difficile, credimi. Trovare le risorse per per girare, per finanziarsi, per sopravvivere. Hai sentito cosa ha detto Brady Corbet in quell’intervista a Variety di qualche giorno fa? Parliamo anche in questo caso di un regista con un sacco di candidature all’Oscar e che ha girato uno dei film dell’anno. Non ci ha fatto un soldo, con The Brutalist. Ora tu immagina un ragazzo, una ragazza, che inizia a fare questo lavoro e non può fare mai i suoi film perché non vengono finanziati, non c’è mai budget, non ci sono mai soldi per progetti personali. E poi le difficoltà con i distributori, con le sale, gli esercenti. Tutto questo lascia i registi in uno stato di marginalità che diventa fame, asfissia.

“Time Sensitive Characters” di Coralie Hina Gourdon
ⓢ Mi pare di capire che per te Nouvelle Bug sia anche e soprattutto uno strumento di redistribuzione. Sei un regista giovane ma hai già esperienza di corti e lungometraggi, di distribuzione nelle sale, di circuito dei festival. Di solito i giovani registi sono gelosi delle loro risorse e dei loro contatti, tu invece sei per la condivisione.
E Nouvelle Bug è solo una parte e solo l’inizio di questo progetto. Adesso sto per lanciare un podcast, Level Up, nel quale, assieme a persone che lavorano nel cinema indipendente, raccontiamo cosa bisogna sapere, capire, avere, fare, dire per fare cinema indipendente in Italia. Assieme al podcast verrà creato un sito in cui pubblicherò liste di festival, residenze artistiche, concorsi, tutto quello che a un giovane regista serve per orientarsi in questo mondo e trovare delle occasoini. Nel mio piccolo voglio superare questo tabù che persiste nel mondo del cinema, cioè questa ritrosia a chiedere aiuto: le persone non vogliono ammettere che a fare questo lavoro capita di trovarsi in difficoltà, di non arrivare a fine mese. È un ambiente estremamente borghese, il cinema, in cui ammettere di essere in difficoltà è ancora stigmatizzato. Non voglio sembrare serioso ma per me fare cinema è anche fare lotta di classe e in questo settore la lotta di classe la fai con la condivisione delle risorse, delle informazioni, dei contatti, delle conoscenze. L’obiettivo per me è aiutare le persone che vogliono farlo a fare cinema indipendente, a fare cinema sempre, a fare cinema nel presente. Da questo punto di vista, per esempio, il lavoro di realtà come Tafano Cinema è notevole. Non voglio che i registi debbano aspettare tre anni prima di riuscire a fare un film. In tre anni una buona idea diventa vecchia e se lasciamo che le buone idee diventino vecchie si perde l’utilità che hanno per la società. È per questo che uso la tecnologia come la uso. Per fare film adesso.
ⓢ Ma come funziona la residenza? Facciamo conto che io che non ho mai nemmeno fatto un video con il telefono decido che voglio fare un film. Posso iscrivermi?
Assolutamente sì. Noi abbiamo avuto tra i nostri studenti sia programmatori informatici che artisti figurativi. Persone che hanno girato il loro primo film con noi. Io voglio che Nouvelle Bug sia un grande acceleratore: per dieci giorni di residenza, una persona mette la testa nella lavatrice, quando esce e se ne torna a casa è consapevole di tutto quello di cui deve essere consapevole, ha tutte le informazioni necessarie per fare un film con le proprie forze. E mi interessa non solo dare competenze tecniche e conoscenze artistiche, ma anche spiegare come funziona il mercato, la differenza tra cortometraggi e lungometraggi, fornire una mappa per orientarsi nella giungla dei finanziamenti pubblici, far capire ai giovani registi cosa devono pretendere quando un festival si mostra interessato a proiettare un loro film (una screening fee, innanzitutto) e come rispondere a un produttore che offre loro un contratto di regia. Voglio far capire a queste nuove generazioni che il mondo del cinema può essere uno schema Ponzi, una truffa fondata sul narcisismo degli artisti e sulla spietatezza dei produttori. Voglio evitare a loro di vivere quello che ho vissuto io, che prima di mettermi a fare il regista di mestiere facevo un altro lavoro e tutto quello che guadagnavo lo spendevo per fare i film. A un certo punto mi sono rotto le palle, perché vivevo in una doppia con un coinquilino che poi è diventato il mio socio (Marco Crispano) e mi sono detto no, qui bisogna trovare un modo giusto di vivere e lavorare, perché sennò arrivo a quarant’anni senza avere niente e questo non è giusto.

J’adore Venise – On disappearing bodies di Stefano Dealessandri
ⓢ Questo approccio ha ovviamente influenzato anche il cinema che hai deciso di fare. Nel metodo e nel merito, voglio dire. Il fatto che tu abbia deciso di fare film con immagini prese da internet o generate con l’AI ha evidentemente un significato politico.
Per me è un modo di sottrarre certi prodotti del capitalismo al capitalismo. Prendere una tecnologia militare, pensata per la sorveglianza, discorso che vale tanto per l’AI quanto per internet, e usarla per fare delle affermazioni creative, che critichino lo stato delle cose, che facciano nascere in chi guarda la consapevolezza che il mondo in cui viviamo non è giusto. Purtroppo è un’operazione difficile da spiegare e da capire, non sai quante volte mi è capitato di essere attaccato da persone che mi dicono “tu fai i film con l’AI, stai contribuendo a rafforzare il sistema, stai aiutando a distruggere l’arte”. Ma io voglio fare, e faccio, esattamente il contrario. I miei film si riappropriano di strumenti oppressivi per fornire possibilità creative.
ⓢ Penso che le critiche vengano dalla paranoia che in questo momento circonda l’AI. Forse sarebbe meglio dire il panico, in realtà. È uno strumento dal quale ci sentiamo inconsciamente minacciati, una tecnologia percepita come una minaccia alla sopravvivenza stessa della specie.
Ma va bene, io posso anche essere d’accordo, ma il mio è un discorso artistico. Pensare che l’AI sia il peggiore dei mali possibili per il cinema significa non sapere come funziona il cinema oggi. Le persone pensano che a un regista basti voler fare un film per farlo. Ma non è così, esistono barriere assurde tra il regista e il film che vuole fare con un certo budget, con un certo cast, con delle certe risorse. Io personalmente ho dei corti che ho finito di scrivere anni e anni fa e che nessuno ha voluto produrre. Tanti di noi sono fermi per anni e anni a aspettare finanziamenti. La loro intelligenza così non può incidere. Se non avessi usato queste tecnologie non avrei girato nulla in questi anni. Facendo certi film con queste tecnologie non si toglie lavoro a nessuno, anzi: si creano opportunità creative che poi diventano realtà economiche.
ⓢ Sono abbastanza d’accordo con te, su questo fatto. Per quanto riguarda il cinema, ma non solo il cinema, questa tecnologia va valutata in base alle conseguenze che ha. Toglie il lavoro a qualcuno? Allora è male e bisogna porre rimedio. Facilita il lavoro, migliora la qualità della vita, permette di fare cose che altrimenti non si sarebbero potute fare? Allora è bene e va accolta, integrata nelle nostre vite.
Certo, è una paura ancestrale, questo terrore nei confronti del golem. Dalla Bibbia a Frankenstein. Il terrore che a un certo punto della storia umana sarebbero arrivati questi esseri senza coscienza, senza anima, che avrebbero preso il nostro posto. È una paura che capisco, davvero. Figurati se non mi rendo conto che l’intelligenza artificiale è un mezzo con il quale si può creare un mondo orribile, un incubo. Però è anche il mezzo che ti permette di fare un film a casa tua senza stare ad aspettare che arrivino i fondi del Mibact. E quindi, che facciamo? Ho una sola vita, voglio fare cinema e lo voglio fare adesso.

“Au Revoir, Pugs” di Brett Allen Smith
ⓢ È anche un dilemma inevitabile, essendo il cinema quello che è. Prima di diventare un linguaggio, un’arte, il cinema era una tecnologia. Questa natura non si può né superare né negare, quindi il cinema sarà sempre esposto alle reazioni avverse del progresso tecnologico.
Paolo D’Andrea, a una presentazione dei miei film, raccontava di tutti gli incendi che si verificarono nelle sale quando i film cominciarono a essere distribuiti in massa. La pellicola prendeva fuoco facilmente e si diffuse la voce che andare al cinema era pericolosissimo. La gente a un certo punto pensava che sarebbe bruciata viva in sala. Oggi c’è la stessa isteria con l’intelligenza artificiale. Tu non ci crederai – perché l’ho fatta bannare – ma una persona mi ha augurato la morte su Letterboxd perché ho fatto The Eggregores’ Theory. Le streghe son tornate e usano l’AI.
ⓢ Hai scritto anche un Manifesto del cyber-realismo. Mi spieghi cosa intendi con questa parola, tecnorealismo?
Il cyber-realismo parte dal presupposto che per raccontare la vita oggi, la realtà di adesso, bisogna raccontare anche quello che avviene dentro gli schermi e raccontarlo con i linguaggi del realismo. Dobbiamo superare questo scalino che ci porta a pensare che quello che succede dentro gli schermi non sia davvero vita. Anzi, fare questo tipo di cronaca è importante, è un pezzo della nostra esistenza che dobbiamo approfondire perché fa parte della condizione umana, ormai. Il fatto di non averlo fatto finora, di aver ridotto lo schermo a una dimensione minore dell’esistenza ci ha portato alla situazione in cui ci troviamo ora: a non riuscire a reagire ai cambiamenti del mondo virtuale. Cambia un algoritmo che letteralmente ti toglie un’ora di vita al giorno e ce la sbrighiamo con una scrollata di spalle. Per me questa cronaca è l’unica maniera di contrastare questa sensazione di vivere ormai in una distopia. Sono convinto che se vent’anni fa ci avessero fatto vedere le immagini di quello che saremmo diventati venti anni dopo, probabilmente ci saremmo suicidati tutti.
ⓢ Mi sembra tu abbia un rapporto ambivalente con la tecnologia. Però ha influenzato tutto il tuo percorso professionale e artistico: ti sei appassionato prima ai videogiochi che al cinema, ho letto.
No, aspetta, in realtà le due cose sono sempre andate di pari passo. Anzi, oggi ti direi che sono sempre stato più un appassionato di cinema che di videogiochi. I videogiochi li ho praticati a un livello agonistico. Nel mondo di oggi probabilmente sarei considerato uno che fa e-sport a livello professionistico, mentre allora era solo un hobby preso troppo sul serio. Ma non credo di aver mai avuto quella che si può definire una passione per i videogiochi. Penso di aver avuto sempre una passione per la tecnologia, questo sì, e che per me fosse inevitabile il tentativo di unire tecnologia e cinema come poi ho fatto.
ⓢ Quali videogiochi ti piaceva giocare?
Beh, Halo è stato il primo al quale mi sono dedicato davvero. Poi Call of Duty. In generale, tutto quello che era first person shooter.

“A Missed Call” di Francesco Manzato
ⓢ E per quanto riguarda il cinema, invece? Quali sono i film che ti hanno fatto appassionare e ti hanno influenzato?
Decisi di fare il regista dopo aver visto da bambino Il signore degli anelli – Il ritorno del re: rimasi proprio, non so come spiegartelo, folgorato. Per cui nonostante io sia un amante del cinema d’autore puro, sogno di poter fare quel tipo di cinema, di creare mondi. È anche per questo che sono grato a una tecnologia come l’AI: il fatto che mi permetta di girare un film di fantascienza, un film che normalmente mi costerebbe una marea di soldi, ma sostenendo costi limitatissimi, per me è una strada verso il mio sogno d’infanzia, una che non pensavo avrei mai potuto percorrere.
ⓢ Ma quindi tu, rispetto alla questione tecnologica, ti definiresti più apocalittico o più integrato?
Io sono estremamente apocalittico però al contempo non sono luddista, perché essere luddista significa negare che la tecnologia è semplicemente un’evoluzione biologica dell’essere umano. Oggi poi avere un atteggiamento oppositivo significa essere condannato all’obsolescenza – e ci risiamo, se lo può permettere solo un borghese. Io cerco di occuparmi di tutto ciò di cui ho paura. Bisogna accendere la luce.

Si intitola così la mostra dell'artista svizzero, alla GAM di Milano fino al 6 luglio. Un percorso in cui Rondinone racconta una storia di migrazione, la sua, tra nature morte, paesaggi, sculture, ricordi di Matera e ammirazione per Il quarto Stato di Pellizza da Volpedo.