Il fuoco ha distrutto il corpo di Altadena, ma la speculazione immobiliare ne ha divorato l’anima
Per decenni Altadena è stata una capitale del jazz e uno dei pochi posti in California dove le famiglie nere potevano comprare casa. Dopo l’incendio del gennaio 2025, gli speculatori hanno iniziato a comprare la terra bruciata.
La prima volta che ho incontrato Rob ho pensato fosse una statua. Una di quelle che ritraggono le persone in pose comuni, mentre leggono un libro nel parco o intente a gettare briciole a piccioni di bronzo, al centro di un marciapiede.
Composto, su una di quelle panche di legno che gruppi di anarchici costruiscono nelle città della California dove non ci sono le pensiline dell’autobus. Era completamente ricoperto di caligine nera, nessuna soluzione di continuità tra i vestiti e la pelle. A tradirlo, una lacrima che gli rigava il volto senza davvero riuscire a lavare via le tracce di quel che restava della sua casa, strati di cenere da cui ancora si sollevavano braci in sporadici sbuffi. Sulle ginocchia, la custodia di uno strumento musicale e due libri grandi, quadrati, rilegati in pelle rosso bruna. Gli album delle foto del matrimonio e una tromba: dettagli che in quel momento ancora non potevo sapere.
Rob non avrebbe dovuto essere lì. Ero con un pugno di giornalisti locali, al seguito di una squadra di vigili del fuoco. Avevano autorizzato una breve visita in una zona di Altadena dove non era rimasto nulla che potesse ancora bruciare. L’ordine di evacuazione obbligatoria era arrivato alcune ore prima. A parte noi undici, non avrebbe dovuto esserci anima viva. Rob, seduto lì, pensava alla sua musica, alle note del free jazz che aveva imparato ascoltando Ornette Coleman e il suo vicino di casa, Bobby Bradford. Alle lezioni di storia della musica nera al Pomona College con compagni di classe che sarebbero diventati parenti, amici, partner e soprattutto vicini di casa. «Cerco di capire che nota fa il fuoco», mi ha detto davanti al bagliore arancione che, ormai fioco, finiva di consumare cinquant’anni della sua vita. «Se trovo la nota, poi lo posso accompagnare con la tromba».
C’è stato un momento della mia carriera in cui pensavo che a tutto ci si abitua. Ciò che la prima volta ci lascia senza parole, mi dicevo, è solo la quotidianità di qualcun altro. Un pensiero che mi aveva aiutato a capire come si va avanti quando la propria quotidianità è la guerra, la fame, la nessuna speranza.
Poi ho iniziato a occuparmi di catastrofi climatiche, e ogni fine settimana è diventato una «tragedia del secolo». Avrei imparato che non ci si può abituare a qualcosa di tanto rapido, mai annunciato, definitivo. In un grande incendio il passato e il futuro vanno in fumo insieme al presente. Non ci sono resti, macerie, simboli, appigli almeno metaforici da stringere per evocare un po’ di speranza. C’è un luogo bidimensionale dove non svanisce solo lo spazio, svanisce anche il tempo: una scala di grigi così ravvicinati da non lasciar percepire la profondità del paesaggio, che non lascia spazio al ricordo, ai sogni, all’immaginazione.
Si cammina come l’omino della Linea di Cavandoli: ogni cosa diventa riconoscibile solo se si riesce a isolarla nel campo visivo. Un silenzio dato dalla mancanza di vita, di tutta la vita, mentre i fondali si ripetono. Scheletri di auto che emergono appena da una cenere alta fino alle ginocchia, sporca, appiccicosa, alberi ridotti a mozziconi, le squadre di detenuti volontari, assegnate al lavoro più infame, che con le pertiche cercano le braci da zittire in un terreno impregnato dei veleni in cui il fuoco ha trasformato gli oggetti quotidiani. E le canne fumarie, solitarie superstiti: una presenza quasi sprezzante, agghiaccianti segnaposto di dove fino al giorno prima c’erano una casa, una famiglia, ricordi e vite e cose, totem silenziosi di una comunità evaporata in poche ore.
Solo qualche giorno prima ero stato nello stesso isolato di Altadena che quel pomeriggio mi riappariva come un estraneo, grande e vuoto. Avevo intervistato Bobby Bradford, leggenda locale del jazz. Lo avevo incontrato sul portico di una casa che ora non saprei dove ricollocare. L’aveva comprata nel 1975, mi aveva detto, perché era spaziosa, verde, piena di stanze per i figli piccoli, in un angolo della città dalle radici nere e profonde. Ci aveva portato la sua famiglia, i suoi dischi, i suoi strumenti. Aveva trasformato quelle stanze in «un santuario dove il jazz poteva respirare». Era la casa in cui aveva scritto musica, insegnato ai nipoti, accolto gli amici. Una casa che, diceva, «ho costruito non con i mattoni, ma nota dopo nota». Bobby e la moglie stanno bene, almeno fisicamente: se ne sono andati quando hanno sentito le sirene. Non tutti hanno fatto lo stesso. Non Rob.
«Sono rimasto perché qui non c’erano fiamme», mi dice Rob, scostando la maschera per l’ossigeno. «Credevo di avere tutto sotto controllo, invece il fuoco è arrivato da sotto il pavimento, all’improvviso. Ero in salotto, ascoltavo Coltrane». Resto lì impietrito, mentre lui sale sull’ambulanza avvolto in una coperta, la maschera per l’ossigeno ormai rassegnata sul volto, e rivolge un ultimo sguardo a quel che resta: un tappeto, una porta, una canna fumaria. Non c’era niente da fare. Non c’era più niente. Non c’era nessun posto dove andare, se non via.
Mentre Altadena bruciava, Rob non era solo. In migliaia hanno guardato la propria vita, la propria casa, trasformarsi in cenere sottile: case costruite tre generazioni fa da chi aveva comprato la terra. Chi impotente, da un rifugio un paio di colline più in là, chi mentre cercava ancora di togliere la vegetazione tutt’attorno per proteggerle, di fare in poche ore quel che prima non si era potuto permettere di fare. Chi, come Rob, dalla fermata del «suo» autobus, lo stesso che prendeva ogni giorno dal 1979.
Hanno visto svanire un pezzo di storia che nessuna ricostruzione potrà mai restituire.
Le origini di Altadena, una terra «senza valore»
La storia di Altadena comincia con la concessione messicana di Rancho San Pascual. Negli anni Sessanta dell’Ottocento Benjamin S. Eaton sfruttò per primo le acque dell’Arroyo Seco e dell’Eaton Canyon per irrigare il suo vigneto. Nel 1874 un gruppo di coloni arrivati da Indianapolis ne acquistò una parte e fondò la San Gabriel Orange Grove Association, una colonia sulle rive dell’Arroyo Seco. Quella colonia sarebbe diventata Pasadena.
L’area che oggi è Altadena, però, era considerata marginale. Frederick J. Woodbury arrivò con la sua famiglia dall’Iowa nel 1881, poco prima di acquistare un acro di terra considerato «senza valore». Dopo aver ottenuto anche i diritti sull’acqua, il Woodbury Ranch fu presto coltivato a ulivi, agrumi e viti.
Nel 1887 i Woodbury costituirono la Pasadena Improvement Company. Il Woodbury Ranch, insieme a parti delle proprietà vicine, fu suddiviso in centinaia di lotti da vendere ai nuovi ricchi alla conquista del West. Fu in questo contesto che nacque Altadena. Il nome veniva dal vivaio che Byron O. Clark aveva fondato nel 1875, l’Altadena Nursery: Clark aveva unito lo spagnolo alta, «in alto», sulle colline, con dena, preso da Pasadena.
Nel 1888, però, il boom immobiliare si trasformò in una crisi, e la lottizzazione dell’area non ebbe il successo sperato. Parte del piano stradale sopravvive ancora oggi: i viali da nord a sud sono intitolati a delle sante (Rosa, Anita, Clara), mentre le strade da est a ovest portano i nomi di contee californiane (Calaveras, Alameda, Mariposa).
Tra i primi residenti c’erano molti ex soldati dell’Unione, abolizionisti ed ex schiavi. Una presenza precoce di famiglie nere, anche se ancora minoritaria, che gettò le basi di quella che decenni dopo sarebbe diventata una delle comunità nere più floride della California.
Redlining e covenant razziali: come Altadena diventò una comunità nera
La svolta arrivò nel secondo dopoguerra. Tra il 1920 e il 1940 la Grande migrazione aveva spinto un numero crescente di famiglie nere da est a ovest. Cercavano disperatamente più spazio, scuole migliori, un futuro. Si trovarono davanti a un muro invisibile e implacabile: i covenant razziali, le clausole che vietavano di vendere o affittare case a persone non bianche. Non era un fenomeno locale, era la realtà degli Stati Uniti. Nel 1934, con il National Housing Act, il governo federale formalizzò il redlining, garantendo prestiti federali solo agli acquirenti bianchi e negandoli sistematicamente ai Bipoc. La Home Owners’ Loan Corporation segnava sulle mappe delle città le zone considerate a rischio: quelle ritenute pericolose, abitate da neri e minoranze, venivano escluse dall’accesso al credito.
Le pratiche di redlining continuarono informalmente per decenni, anche dopo che i covenant razziali erano diventati illegali. Le banche continuavano a rifiutare prestiti nelle comunità nere, e gli agenti immobiliari continuavano a indirizzare le famiglie nere verso alcuni quartieri e non verso altri. Fu in questo contesto che negli anni Cinquanta e Sessanta la parte ovest di Altadena cominciò ad attirare famiglie della classe media desiderose di comprare casa. Molte arrivavano perché alcune scuole erano state integrate relativamente presto. L’area divenne un magnete per insegnanti, infermieri e infermiere, assistenti sociali, ma non solo. Arrivarono artisti da tutto il paese, attratti dai prezzi accessibili, dallo sfondo maestoso delle montagne, dallo spirito della comunità, dalla possibilità di creare e costruire con meno scrutinio che altrove.
Il decennio tra il 1959 e il 1970 fu decisivo. La riqualificazione urbana di Pasadena, compresa la costruzione delle autostrade 134 e 210, spinse verso nord, ad Altadena, residenti in prevalenza neri. La demolizione dei Pepper Projects, a metà degli anni Sessanta, spinse altre minoranze fuori dalle loro comunità. Nel 1960 Altadena era bianca al 95 per cento e nera al 4 per cento. Dieci anni dopo, nel 1970, la popolazione nera era salita al 28 per cento. Nel 1980 avrebbe raggiunto il picco del 43 per cento. La linea di demarcazione era North Lake Avenue: i nuovi acquirenti neri e delle altre minoranze venivano indirizzati a ovest della strada. North Lake Avenue, segnatevi il nome, diventerà cronaca di oggi.
Altadena divenne un luogo dove i neri non solo vivevano, ma «possedevano». Un luogo dove la proprietà della casa e della terra non era solo un investimento, ma un atto di dignità, un lascito per i figli e i nipoti. Un luogo dove, per la prima volta per molte famiglie, il sogno americano non era una promessa vuota, ma un contratto firmato, un mutuo pagato, una porta che si apriva su un futuro che apparteneva loro.
Le case che sorsero lungo le strade alberate di West Altadena non erano semplici abitazioni, erano dichiarazioni di resistenza, atti di sfida contro un sistema che prima aveva tolto loro quel che era stato promesso, poi aveva cercato di tenerli fuori dal «sogno».
Una tradizione di costruzione artigianale che non si è mai interrotta. Ancora oggi, cioè fino all’altroieri, camminando per le strade di Altadena si incontravano case che erano storie di intere generazioni. Bungalow modesti accanto a ranch più spaziosi, residenze progettate da architetti accanto a casette costruite con materiali di recupero. Ogni costruzione diversa dalle altre, eppure tutte parte di un unico, meraviglioso mosaico.
Il jazz di Altadena, da Horace Tapscott a Bobby Bradford
Se le case erano il corpo di Altadena, la musica ne era l’anima.
Negli anni Sessanta la scena musicale nera di Los Angeles viveva ad Altadena, una scena jazz vivacissima che era diventata una parte definente dell’identità culturale della comunità. Musicisti come Horace Tapscott e la sua Pan Afrikan Peoples Arkestra, fondata nel 1961 per preservare la musica nera a South Central, avevano radici profonde in questo quartiere. Bobby Bradford aveva suonato la tromba e la cornetta con Ornette Coleman, aveva insegnato storia del jazz al Pomona College e al Pasadena City College per quarant’anni, aveva contribuito a plasmare il suono dell’avanguardia di Los Angeles. Il jazz non era solo intrattenimento. Era memoria, identità.
C’erano scuole che per generazioni hanno insegnato alla comunità non solo a suonare uno strumento, ma a trovare la propria voce. C’era l’Altadena Academy of Music & Arts. C’era l’Eliot Arts Magnet, una scuola media che affiancava ai normali programmi musica, danza, teatro e arti visive. Si «faceva il programma», ma anche e soprattutto corsi di coro, orchestra, jazz e banda.
Quando l’Eaton Fire ha ridotto tutto questo in cenere, chi ci viveva ha perso molto più di un tetto.
La notte dell’Eaton Fire
La fine di Altadena ha una data e un’ora precise: le 18:18 del 7 gennaio 2025. I venti di Santa Ana soffiavano con una violenza inaudita. La città era già in fiamme, con il Palisades Fire che illuminava il tramonto a ovest, da dietro le colline di Beverly Hills. Ad Altadena ci si sentiva relativamente al sicuro: per arrivare lì le fiamme avrebbero dovuto saltare diversi canyon, due autostrade, dei corsi d’acqua.
Quando l’Eaton Fire ha cominciato a bruciare era già buio, l’aria irrespirabile da ore, le stelle coperte dal fumo. A ovest di North Lake Avenue nessuno pensava a un altro incendio, diverso, più vicino. Si è andati a dormire con un occhio aperto, le borse d’emergenza nel bagagliaio, la mappa delle vie di evacuazione sulla porta d’ingresso, in vista, vicino alle torce e alle chiavi dell’auto.
Quella notte l’Eaton Fire avrebbe ucciso 19 persone e distrutto più di 9.400 edifici, quasi tutti abitazioni. Ci sarebbe voluto quasi un mese per spegnere le fiamme, che hanno bruciato 57 chilometri quadrati, grosso modo un terzo della superficie del Comune di Milano.
Diciotto delle 19 vittime vivevano a West Altadena. Lì l’ordine di evacuazione è arrivato otto ore dopo quello dato a est di North Lake Avenue, dove le sirene sono scattate appena un’ora dopo lo scoppio dell’incendio e dove si è iniziato a pompare acqua sulle abitazioni quasi subito. Una differenza sostanziale: l’acqua fa più danni del fuoco, ma salva le strutture. A ovest si è aspettato fino alle 3 del mattino per evacuare. I mezzi antincendio si sono visti solo ore dopo, nel primo pomeriggio dell’8 gennaio.
La fuga e i rifugi
Quella sera ero da amici nel campus della USC. Avevo passato la giornata sulle colline di Beverly Hills a raccontare l’incendio che aveva fatto il giro del mondo, le fiamme che minacciavano la scritta di Hollywood, la Walk of Fame, gli studios. A svegliarmi è stato un bagliore che veniva dalla parte sbagliata. Da est. Da altre colline. Per strada mi aspettava un’immagine purtroppo ormai familiare, anche se per me era la prima volta in un’area così densamente popolata. Camminavo controcorrente, e la corrente era fatta di migliaia di persone a piedi, di carrelli, di carretti. Di famiglie che spingevano mezzi di fortuna su cui avevano caricato in pochi minuti una vita intera, che arrancavano in strade bloccate da file di auto abbandonate in un ingorgo senza speranza. Immagini che fino a qualche anno fa appartenevano alla fiction catastrofista, ma anche ai libri di storia, alla fuga dal Dust Bowl durante la Grande depressione, ai romanzi di John Steinbeck.
Sullo sfondo, Altadena bruciava in un crepitare di fiamme assordante.
Troppo pericoloso per un civile, anche al seguito dei vigili del fuoco. Mi hanno subito mandato in un rifugio con migliaia di sfollati, un’altra realtà purtroppo ormai familiare. A volte sono tende della protezione civile in un parcheggio, il più delle volte palestre delle scuole medie. Ci avrei trovato la solita umanità raccolta attorno a file interminabili di brandine. Se la prima volta mi aveva colpito la disperazione, ora mi colpisce l’abitudine alla disperazione. Il cercare di non farsi vedere in lacrime da bambini e bambine che non smettono mai di rincorrersi giocando, il pugno di cose afferrate nei pochi secondi a disposizione. Sempre, e quasi soltanto, le fotografie. Non i soldi, non i gioielli, non un cambio di vestiti, niente che la nostra parte razionale definirebbe a priori di prima necessità, facile da trasportare, indispensabile. Gli album del matrimonio, i ritratti dei nonni, gli album fatti a scuola.
Nella settimana successiva tutta l’Altadena che conoscevo ha vissuto qui, con altre settecento persone, sul campo di pallavolo femminile del più grande distretto scolastico della zona. Albert e sua moglie Charlene, svegliati alle tre di notte da una sirena. Niente elettricità, solo fumo denso e braci incandescenti fuori dalla finestra. Troppo buio, troppo tardi per prendere le borse d’emergenza. Hanno afferrato il cane, Pollock, e le foto. Sono usciti pensando che sarebbero tornati dopo poche ore. Non hanno mai più rivisto la casa in cui vivevano da 27 anni. «Oggi mi sono svegliato e ho allungato la mano per prendere cose che non ci sono più», dice Albert, «come succede a volte in vacanza. Poi mi sono ricordato che questa volta non c’è un rientro, un ritorno, un “di nuovo”».
C’è la famiglia Moore, per cui la tragedia si è intrecciata alla gioia in modo straziante. Robin è nata il 2 gennaio 2025. L’Eaton Fire ha distrutto la casa in cui sarebbe dovuta crescere, la casa dei nonni sullo stesso lotto e quella dall’altra parte della strada, dove la sua bisnonna ha vissuto per più di 35 anni.
La famiglia Moore ha sempre vissuto ad Altadena. I sedici membri della famiglia finiranno ospiti da amici a San Diego. Mentre scrivo, sette di loro vivono ancora lì, nella guest house, in attesa che l’assicurazione paghi tutto ciò che hanno perduto. Robin ha passato la sua prima settimana di vita in una palestra con altre settecento persone, circondata da materassi gonfiabili e scatole di pannolini donate dalla protezione civile.
Rupert e Davante hanno perso la casa costruita dal nonno, un bungalow circondato da alberi con il loro atelier in cortile. Ma hanno perso anche qualcosa di meno tangibile e più prezioso: la loro famiglia allargata.
«Per noi la famiglia era la comunità, i nostri vicini», raccontano. «Crescendo eravamo diventati molto legati a tutti loro. Vivevamo in un complesso di bungalow, una serie di piccole case costruite una accanto all’altra. Siamo diventati grandi insieme. Condividevamo tutto, dalla colazione alle vacanze».
Sono le storie di migliaia di famiglie di Altadena. Nei giorni successivi all’incendio apriranno dodici centri di accoglienza. Già due mattine dopo, il Pasadena Convention Center ospitava più di 500 persone che vagavano per i padiglioni in cerca di notizie sulle loro case. Le bacheche erano coperte di annunci, foto, numeri di telefono. Quasi tutti quelli che incontro hanno avuto pochi minuti per fuggire.
Qui ritrovo Rob. «Abbiamo avuto l’incredibile fortuna di crescere in una comunità come questa», racconta guardandosi attorno smarrito. «Un conto è non avere più una casa, le case si ricostruiscono. Un altro è sentire di aver perso una parte della propria storia».
Appena fuori, la protezione civile ha montato una tenda. Lunghe file di persone con in mano asciugamani, pettini, spazzolini da denti, piccoli oggetti personali. Un altro momento ormai consueto, quello in cui ti rendi conto di quanto sia diversa la tua realtà da quella di chi c’è già passato: c’è chi sa già a cosa servono quelle cose e chi invece deve chiedere.
Nei primi giorni la comunità si è mobilitata in modi straordinari. I vicini hanno condiviso quello che avevano, le imprese edili hanno offerto consulenze gratuite, le organizzazioni non profit hanno allestito centri di assistenza. Ma la burocrazia è lenta, e il dolore troppo grande. Persone che avevano costruito le loro case con le proprie mani ora dipendevano dalla generosità di estranei per un tetto, un pasto, un cambio di vestiti.
Le telefonate degli speculatori
La speculazione immobiliare, l’avidità, non hanno aspettato nemmeno poche ore. Già all’alba dell’8 gennaio i prezzi di hotel, affitti e Airbnb nell’area di Los Angeles erano raddoppiati. Quando perdi la casa, l’assicurazione ti paga alcuni mesi di affitto, fino a 24, al prezzo di mercato dei 365 giorni precedenti l’incendio. Fin da subito, con quelle cifre si trovava alloggio solo a oltre 110 chilometri di distanza. Lontano non solo dalla propria comunità, ma dal lavoro, dalle scuole dei figli e delle figlie, da quella che fino al giorno prima era la vita di tutti i giorni. Le prime telefonate sono arrivate il giorno stesso. La famiglia di Ellie Thomas, nata e cresciuta ad Altadena, ha perso quattro case nell’Eaton Fire: la sua, quella dei genitori, quella della nonna, quella del fratello. Il suo grido di rabbia scuote l’intero centro congressi. Alle sette del mattino dell’8 gennaio, prima dell’alba, ha ricevuto la prima chiamata da un’agente immobiliare, la rappresentante di un gruppo di investimento. Aveva il suo nome completo e quelli dei familiari, e le chiedeva se volessero vendere il lotto.
Le chiamate non si sarebbero più fermate. Per settimane, per mesi, i sopravvissuti hanno ricevuto offerte, lettere, visite di agenti immobiliari che volevano comprare con le ceneri ancora calde. «Come osi?», urla Ellie mentre io resto lì, spiazzato, con il registratore in fondo al braccio teso. «Come osi mettere già oggi un cartellino con il prezzo sulla nostra vita?».
Perché ricostruire ad Altadena è quasi impossibile
Secondo i dati della contea, oggi, a un anno e mezzo dall’incendio, per più di 2.300 dei 5.858 lotti dove le case sono state completamente distrutte, circa il 40 per cento, non è stata presentata alcuna domanda di ricostruzione. I costi, stimati tra i tre e i quattromila dollari al metro quadrato al momento dell’incendio, sono saliti a seimila dollari. I tempi previsti vanno dai cinque ai dieci anni.
Per molti residenti la matematica è semplice e crudele. L’assicurazione non copre i costi, e la differenza è incolmabile. Il proprietario medio di Altadena ha bisogno di mezzo milione di dollari in più di quanto la sua assicurazione gli pagherà per ricostruire o riparare la casa. Poi, nonostante le promesse della politica, c’è la questione delle imposte sulla casa. In California sono calcolate sul valore dell’immobile e del terreno al momento dell’acquisto. Chi viveva in case comprate sessant’anni fa ora si troverebbe a pagare non solo un mutuo, ma imposte più alte di un secondo affitto. Secondo i ricercatori della UCLA, il 73 per cento dei proprietari di case a ovest di North Lake Avenue non ha fatto nessun passo verso la ricostruzione.
Albert e Charlene hanno firmato con un’azienda di case prefabbricate, soprattutto per una questione di tempi: i costruttori tradizionali chiedevano almeno due anni. Ora controllano ogni giorno se il loro lotto ad Altadena è stato bonificato, in attesa di poter gettare le fondamenta.
La bonifica non spetta all’impresa: è la contea che deve decontaminare i lotti e dare il via libera. La terra è impregnata di veleni, sostanze tossiche fuse e del ritardante con cui si «allunga» l’acqua che spegne il fuoco, un paradosso che salva vite ed è allo stesso tempo altamente cancerogeno. I lavori sono indietro di otto mesi. Ora entrambi si chiedono se la loro sia stata la scelta giusta. Speravano di veder ricostruita la loro comunità, ma dei sei lotti intorno al loro saranno gli unici a tornare. Davanti hanno la prospettiva di vivere per anni in una casa circondata da cantieri. «Il territorio unincorporated di Altadena, che un tempo permetteva ai neri di possedere una casa, ora limita la capacità dei residenti di accedere alle risorse per la ripresa», scrive Victor Jones su Architectural Record. «Questa vulnerabilità strutturale era evidente fin dall’inizio».
I proprietari di casa neri di Altadena tendono a essere più anziani, e questo li rende più esposti alla sottoassicurazione e alle pratiche predatorie degli acquirenti. Il tempo necessario per affrontare ricostruzioni che durano anni non è certo un incentivo. Molti hanno vissuto nelle loro case per decenni, le hanno ereditate dai genitori, le hanno costruite con le proprie mani. Ora si trovano davanti a scelte impossibili: ricostruire con soldi che non hanno, chiedere mutui che non possono pagare, oppure vendere, limitare le perdite, andarsene.
Albert e Charlene capiscono lo stato d’animo dietro tutti i cartelli «In vendita» che spuntano sui lotti bruciati. La prospettiva di tornare scoraggia. Aspettare è una tortura. Nel frattempo ci si ricostruisce una vita altrove. Le famiglie che hanno resistito per generazioni si disperdono in appartamenti in affitto a Pasadena, a Monrovia, a Covina. A volte in altri stati, da parenti che le hanno accolte, lontano dalla comunità che avevano costruito.
«Altadena non è in vendita»
Ma i cartelli raccontano anche un’altra tendenza. Altadena non la stanno comprando i privati, ma fondi di investimento, speculatori, gruppi aziendali. «All’inizio di giugno erano già stati venduti quasi 150 lotti danneggiati, almeno la metà ad acquirenti aziendali», ci dice un’agente immobiliare. «Siamo sommersi di offerte non richieste, difficili da rifiutare. Il primo lotto venduto dopo l’incendio è andato a 100.000 dollari sopra il prezzo richiesto, pagati in contanti».
Un rapporto di Redfin mostra che nel primo trimestre del 2026 almeno il 40 per cento delle vendite di lotti nelle zone colpite dagli incendi, sia ad Altadena sia a Pacific Palisades, è andato a investitori. Ad Altadena, 27 dei 61 lotti venduti tra luglio e settembre sono stati comprati da investitori, il 44,3 per cento.
«Altadena non è in vendita». Will Smith III, 36 anni, protesta da settimane, in piedi tra le ceneri di quella che un tempo era la casa della sua famiglia. È un presidio. «Non andiamo da nessuna parte. Noi restiamo qui». Ma i numeri raccontano un’altra storia. Gli investitori, come Black Lion Properties, Iron Rings Altadena e Sheng Feng, continuano a comprare. Comprano per mezzo milione di dollari lotti che un giorno varranno da sei a dodici volte tanto. In contanti, senza bisogno di mutui, senza aspettare i permessi. Comprano perché sanno che Altadena, con le sue strade alberate, la vista sulle montagne, la vicinanza a Los Angeles, è un affare troppo buono per lasciarsi guidare dai sentimenti. C’è chi prova a resistere, ma è uno di quei casi in cui le metafore si sprecano, che si tratti della lotta contro i mulini a vento o dell’oceano da svuotare con un cucchiaino. Jasmin Shupper, della Greenline Housing Foundation, ha fatto ricorso al land banking, l’acquisto di terreni da parte di un ente che li sottrae al mercato, per impedire agli investitori esterni di comprarsi il quartiere. «Il cuore di tutto è che la comunità deve avere il controllo della terra, per poter orientare le scelte verso quelle che la aiutano», dice. L’obiettivo è comprare terreni per mantenerli accessibili alle famiglie a reddito medio e basso, sottraendoli alla speculazione. Il modello del community land trust prevede che un’organizzazione non profit acquisti la terra e poi la conceda a lungo termine ai residenti, che restano proprietari della casa. Così il valore della terra rimane accessibile per generazioni.
La senatrice dello stato della California Sasha Renée Pérez ha annunciato una nuova legge per proteggere Altadena dagli speculatori immobiliari e dall’eccesso di edificazione dopo l’Eaton Fire. La legge prevede anche un quadro normativo temporaneo per la ricostruzione delle comunità devastate dai disastri, che tuteli allo stesso tempo gli alloggi accessibili e a prezzi calmierati.
Ma si torna alla domanda di partenza. Chi vuole vivere per anni in un cantiere? Chi vuole vivere in quello che oggi è un bel ricordo, ma il cui futuro è già segnato?
Il luogo dell’anima
Oggi Rob vive in una piccola casa sul retro di una tranquilla strada residenziale di Glendale. È la sua sesta sistemazione temporanea da quando l’Eaton Fire ha distrutto la sua casa. Scrive musica e suona in garage. Ma gli manca Altadena, sia nelle cose concrete, l’autobus fino alla scuola di musica, gli amici incontrati all’ufficio postale, sia come sogno, per quello che Altadena rappresentava: il «luogo dell’anima», come lo chiama lui, dove artisti, lavoratori, famiglie di più generazioni potevano vivere a contatto con la natura, ai margini di Los Angeles.
«Non avrei mai pensato che sarebbe finita così», mi dice. «Non avrei mai pensato di passare i miei ultimi anni in affitto, guardando dalla finestra, dalla collina di fianco, il posto dove c’era la mia casa».
«Sì, ci sono stati sforzi eroici», continua. «I community land trust, le coalizioni di quartiere, le leggi d’emergenza al Senato della California, le proteste, la campagna Altadena Not for Sale: tutto questo è reale, ed è importante. Ma non si può vincere. L’assicurazione non copre i costi, i permessi richiedono anni, le imprese sono introvabili, e il denaro, il denaro che avevamo messo da parte per la pensione, per i nipoti, per la vita, è finito in un buco nero di spese d’emergenza e affitti temporanei».
Altadena non è più quella di prima. Non lo sarà mai più. L’Eaton Fire ha bruciato le case, ma la speculazione edilizia ne sta bruciando l’anima. E mentre i camini solitari si ergono sui lotti vuoti come lapidi di un cimitero a cielo aperto, la domanda non è più se Altadena sopravvivrà. La domanda è: chi potrà permettersi di viverci?