Ha perso l’Europa?
La stampa internazionale e i giornali italiani descrivono due elezioni diverse: per Guardian, New York Times e Le Monde è stato soprattutto un voto anti-Ue.

In Italia stiamo ancora a scervellarci per capire chi ha vinto, o se non altro chi sarà il primo a ricevere il mandato esplorativo da Mattarella: Salvini o Di Maio? Ma all’estero hanno le idee piuttosto chiare: hanno vinto gli euroscettici. A leggere la stampa internazionale si direbbe che l’opposizione all’Europa e alla moneta unica sia stato un tema determinante in queste elezioni. Prendiamo il New York Times: Jason Horowitz scrive che le urne «mostrano che i partiti che sono andati bene condividevano una qualche gradazione di scetticismo verso l’Unione europea» e che «il risultato più probabile sarà un governo meno impegnato nel progetto di un’Europa unita». Stephanie Kirchgaessner rilancia sul Guardian: «La maggioranza degli elettori italiani ha espresso il sostegno a candidati euroscettici». Poi c’è Cécile Ducourtieux su Le Monde: è «una vittoria dei partiti euroscettici» che «va a complicare i progetti di riforma voluti da Macron».
Che i due vincitori – Salvini e, appunto, Di Maio – abbiano un rapporto quanto meno difficile con l’Europa come istituzione, questo nessuno lo nega. Infatti, parlando all’indomani del voto, il leader leghista ha detto che la fine della moneta unica è vicina. Però a leggere i media nostrani sia ha l’impressione che l’anti-europeismo non sia stato un tema così centrale in queste elezioni. Su Repubblica, per esempio, Stefano Folli parla di «bipolarismo populista», ma accenna solo tangenzialmente all’euroscetticismo che accomuna Lega e Cinque Stelle, e per di più col periodo ipotetico: «Le forze che si richiamano con convinzione all’Europa potrebbero essere minoritarie o comunque non dominanti nel nuovo Parlamento». Sullo stesso giornale Filippo Ceccarelli parla della nascita di una Terza Repubblica sotto il segno di Di Maio e Salvini, ma non menziona l’antipatia dei due per Bruxelles. Anche il Corriere della Sera, almeno nei suoi pezzi principali, non si sofferma sul sentimento anti-europeo. A pagina 3 Francesco Verderami firma un’analisi sullo «scenario di un esecutivo populista» dove si affronta la possibilità di un governo a guida Lega oppure di uno a guida pentastellata, senza un riferimento alle posizioni anti-Ue delle due formazioni populiste (e, se è per quello, senza stare bene a ricapitolare che cosa le rende populiste). A pagina 8 Dario Di Vico analizza il successo della Lega partendo dal binomio «tasse e immigrazione» (pure qui, niente Ue).

Dunque, abbiamo due approcci separati. Da un lato ci sono i media italiani, che leggono il successo di Lega e Cinque Stelle in termini di vittoria di un populismo che – molto incidentalmente – è anche anti-europeista. Dall’altro c’è la stampa straniera che legge tutto questo soprattutto come una vittoria dell’anti-europeismo. Chi ha ragione? Forse la contraddizione è solo apparente. La prima ragione è che, ovviamente, la stampa straniera si rivolge a un pubblico, guarda un po’ straniero, e dunque è normale che si concentri sugli aspetti più internazionali di queste elezioni, a differenza dei giornali italiani. Un altro fattore da considerare, poi, è che i due partiti in questione (i pentastellati molto più della Lega, a dire il vero) hanno confuso le acque su questo tema. Insomma, prima i Cinque Stelle volevano un referendum sull’euro, poi non lo volevano più, e il risultato è che, davanti a questi cambi d’idea continui, si crea uno sdoppiamento di prospettiva: chi segue la politica italiana troppo da vicino, cioè i media nostrani, tende a sovra-complicare (beh, non sono poi così euroscettici…), mentre chi la segue da lontano, la stampa estera, tende a sovra-semplificare (sono populisti, ergo ce l’hanno con Bruxelles e chiudiamola lì).
Esiste però anche un terzo fattore, prettamente stilistico, che aiuta a capire come mai New York Times e Guardian hanno tanto battuto sulla corda dell’euroscetticismo mentre Corriere e Repubblica l’hanno (quasi) ignorato. Per tradizione giornalistica, da noi i media, e specie quelli cartacei, non tendono a spiegare le cose: quando scrive di «populisti» su Repubblica, Verderami non sta lì a spiegare cosa sono i populisti, dunque non parla di euro-scetticismo per la stessa ragione per cui non parla degli altri elementi che identificano un partito populista, come l’anti-elitismo o il rifiuto dell’immigrazione. Infine, ci sarebbe un altro discorso da fare sul rapporto tra causa effetto. Un conto è determinare se il rifiuto dell’Europa abbia giocato un ruolo importante nel successo di Cinque Stelle e Lega, un altro è capire se questo successo di Cinque Stelle e Lega avrà un impatto negativo sull’Unione europea. Come giustamente notava Cas Mudde, il politologo olandese trapiantato negli Usa che negli ultimi anni è diventato uno degli esperti più ascoltati sui populismi di destra, questa elezione non è stata certo un referendum sull’Europa, e i suoi colleghi che l’hanno letta come tale sbagliano di grosso. Che però rischi di portare seri guai a tutta l’eurozona, questo è purtroppo un altro paio di maniche.